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Chiara Saraceno
Chi è
È' una delle sociologhe italiane di maggior fama. Attualmente è honorary fellow al Collegio Carlo Alberto di Torino.
È davvero così scandaloso chiedere ai grandi anziani di auto-proteggersi dalla pandemia limitando la propria socialità faccia a faccia e la propria frequentazione di luoghi a rischio di affollamento, come i trasporti pubblici, i centri commerciali, i supermercati? Chiederlo non è necessariamente una forma di ghettizzazione degli anziani o di dichiarazione della loro inutilità sociale, anche se questa è l’argomentazione sostenuta da alcuni politici. Statisticamente gli anziani sono più vulnerabili alle conseguenze negative del Covid-19, anche quelli che hanno una vita attiva, occupano posizioni di rilievo nell’economia o in politica, sono impegnati nel volontariato, o sono un puntello indispensabile dell’organizzazione familiare di figli e nipoti.
Auto-proteggersi è un atto di responsabilità verso se stessi, verso i familiari e amici coetanei che magari hanno condizioni di salute più fragili, verso la collettività riducendo il rischio di affollamento delle terapie intensive. Farlo e richiederlo non è una forma di svalutazione del valore degli anziani come persone.  Non richiede di rimanere murati in casa "mettendosi in letargo", un comportamento che invece di essere protettivo può produrre, o aggravare, patologie fisiche e psichiche. Non richiede neppure l’interruzione di ogni contatto faccia a faccia.
Molti anziani e i loro figli e nipoti hanno preso l’abitudine di incontrarsi all’aperto, tutti con mascherina che copre bocca e naso. A salutarsi e guardarsi negli occhi rimanendo sulla soglia di casa. E molti genitori si sono riorganizzati per evitare di affidare ai nonni la cura dei nipoti (anche per questo è importante che le scuole rimangano aperte). Chi non può, o non vuole farlo, sa, dovrebbe sapere, di essere in una situazione a rischio. Certo, per chi è solo e privo di rete familiare c’è il rischio di isolamento, di lasciarsi andare, di non andare dal medico per timore del contagio. Quest’ultimo, per altro, è un rischio condiviso anche con i non anziani, aggravato anche dalle difficoltà di accesso ad ambulatori e laboratori di analisi, stanti le restrizioni causate dalla pandemia.
Per contrastare questi rischi, occorre rafforzare i servizi domiciliari, collocandoli tra quelli essenziali, che non vanno interrotti a nessun costo, con tutte le condizioni di sicurezza sia per gli operatori sia per gli assistiti, integrandoli con l’associazionismo civico e i servizi di prossimità.
Infine, chi si scandalizza e straccia le vesti ad ogni accenno ad un possibile invito ai grandi anziani a limitare la propria mobilità e socialità faccia a faccia dovrebbe considerare le enormi limitazioni che questa pandemia e le varie restrizioni che la hanno via via accompagnata sta imponendo alle generazioni più giovani: a quelle per cui la socialità e la libertà di movimento sono condizioni essenziali per lo sviluppo di sé, delle proprie capacità, dell’autonomia.
Se c’è stato e c’è, di fatto, un lockdown selettivo in base all’età, ha riguardato più i piccoli e i giovani che gli anziani (salvo quelli ospitati nelle case di riposo, che, effettivamente, sono rimasti a lungo, e in alcuni casi sono tuttora, rinchiusi e impediti nelle relazioni interpersonali).
In Italia, più e più a lungo che in altri Paesi, queste restrizioni hanno riguardato e riguardano anche i servizi educativi per la prima infanzia e la scuola in presenza, ovvero il primo e più importante spazio di socialità extrafamiliare.  
Esiste ormai un’ampia letteratura nazionale e internazionale sugli effetti negativi che ciò comporta non solo sugli apprendimenti, ma sullo sviluppo delle capacità individuali, specie per le bambine/i e adolescenti in condizione familiare e sociale svantaggiata.
La sottovalutazione di questi costi delle limitazioni in aspetti essenziali della crescita imposte alle giovani generazioni oggettivamente mi scandalizza di più di qualche limitazione selettiva richiesta a me e ai miei coetanei.
07-11-2020 22:30



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