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Chiara Saraceno
Disposte a tutto
per i propri figli
Chiara Saraceno
Chi è
Sociologa, professore di ricerca presso il Wissenschafts- zentrum für Sozialforschung di Berlino
Madri che camminano per chilometri, giorni, settimane, attraversando confini pericolosi portando i propri bambini per mano, o in braccio, che affidano se stesse e i propri figli a precari barconi, ben conoscendo il rischio di annegare, ma temendo ancora di più  i rischi connessi al non partire. Madri che vedono morire i propri figli in viaggio, senza aver potuto fare nulla per salvarli. Madri che lasciano partire da soli  i propri figli ancora bambini, sperando che qualcuno si occupi di loro lungo il viaggio e all’arrivo, perché  questo abbandono è  l’unico dono di vita, di speranza per il futuro, che possono fare loro. Madri che nei campi di raccolta, nelle tendopoli dove vengono ammassati i rifugiati, cercano di costruire per loro una parvenza di normalità. Madri che partono lasciando indietro i figli, per poterli mantenere e fare studiare, che fanno "le mamme a distanza", parlando con i figli e persino correggendo i compiti via Skype, alla sera, dopo il lavoro. Madri che assumono il ruolo di principali procacciatrici di reddito per la loro famiglia lontana, ma che proprio per questo rischiano di essere considerate cattive madri, perché  non sono fisicamente vicine ai figli, che hanno affidato ad altre donne - sorelle, zie, nonne. Divise continuamente tra "qui" e "là", tra la necessità  di provvedere ai propri figli lavorando in un altro Paese e il desiderio e la necessità  di star loro vicine. Madri che sono riuscite a migrare con i figli, o che li hanno avuti nella migrazione, e che si trovano a crescerli in un contesto e con regole a volte anche molto diverse da quelle del contesto di origine, dovendo anche fare fronte a difficoltà  linguistiche, oltre che economiche, che rendono loro difficile non solo comprendere, ma negoziare la propria posizione nel nuovo mondo in cui vivono con i figli, ma che per il futuro dei figli sono disposte ad accettare qualsiasi umiliazione e sottovalutazione delle proprie capacità  e qualifiche professionali, costrette a fare le badanti anche quando sono insegnanti, ingegnere, infermiere specializzate.
Sono le tante facce delle madri migranti. Le incrociamo nella nostra vita quotidiana, davanti alla scuola dei nostri ragazzi, mentre si occupano della nostra casa e dei nostri figli o anziani genitori. Raramente ci interroghiamo sulle loro fatiche, speranze, dubbi, angosce, anche se possiamo rimanere colpiti per un attimo dall’immagine della madre che ha appena partorito su un barcone in mare, o che cammina esausta tenendo per mano un piccolo, chiedendoci quale forza, quale coraggio, o quale disperazione le spinga e le faccia reggere. Ma poi tutte precipitano, nel nostro immaginario, nel gruppo indistinto delle "immigrate", le cui somiglianze o viceversa differenze dal "nostro mondo" non ci interessano più  che tanto.
14-05-2017 01:00


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