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Guido Olimpio
Il mondo rincorre
gli armamenti
Guido Olimpio
Chi è
Si occupa di terrorismo internazionale e Medio Oriente, lavora al "Corriere della Sera" come inviato negli Stati Uniti
Un mercato da 100 miliardi di dollari: è quello delle armi, settore che l’unica crisi che conosce è quella che infiamma questa o quella regione del mondo. Gli ultimi rapporti segnalano un aumento dell’8,4% degli acquisti bellici negli ultimi cinque anni. Non andava così dall’epoca della guerra fredda. Ed è tutto dire. Una corsa che per ora sembra inarrestabile, sospinta da tensioni e venti di tempesta dal Medio Oriente al Nord Europa.
Il neo presidente Usa Donald Trump non fatto a tempo a insediarsi che, mantenendo una delle molte promesse elettorali, ha chiesto al Congresso di allargare i cordoni della borsa: vuole un budget da 54 miliardi di dollari, con un incremento del 10%. A ben vedere già il predecessore Barack Obama si era avviato su questa strada e parte di quella cifra astronomica era stata inserita nei suoi programmi. Il successore l’ha raccolta ben volentieri. L’intento è di avere più aerei, navi, tank. Ma anche di potenziare l’apparato nucleare. Il rilancio statunitense non poteva non innescare reazioni.
I cinesi, grandi rivali della super potenza, hanno annunciato un aumento del 7%. Pechino è da tempo proiettata in un programma che deve dotare il Paese di una forza aeronavale di tutto rispetto, così come di missili per potere competere con gli Usa nello scacchiere del Pacifico. Che lo è solo di nome. La Cina ha iniziato a militarizzare una serie di atolli contesi, creando piste e postazioni. Iniziative che si sono intrecciate con quanto sta avvenendo lungo la penisola coreana. Il Nord dell’intemperante Kim ha lanciato missili verso le acque giapponesi, gesto dimostrativo, ma legato ad un approccio muscoloso e provocatorio. Infatti, poche decine di chilometri a sud, a Seul, non stanno di certo a guardare. La Corea del Sud ha previsto di irrobustire il budget della difesa. Nessuno vuole essere accusato di pessimismo, però i rischi di un conflitto sono considerati alti.
Naturalmente i generali, quando si tratta di acquisti, hanno molto spesso un venditore privilegiato: gli Stati Uniti. Lo scorso anno le ditte statunitensi hanno esportato "pezzi" per 38 miliardi di dollari, con clienti affezionati come Arabia Saudita, Emirati e Turchia, quest’ultima alle prese con l’operazione nel nord della Siria.
La regione del Golfo, stretta tra il conflitto siro-iracheno e l’ostilità perenne con l’Iran, si è confermata come una grande "piazza" per i mercanti d’armi. Qui la confederazione di sette  mini-Stati che compone gli Emirati Arabi Uniti si è fatta notare per le spese, su più livelli. Materiale bellico che è finito in grossi depositi, ma che è anche usato sul campo: i Paesi partecipano al conflitto nello Yemen al fianco dei sauditi, un confronto che si è rivelato insidioso e pieno di problemi. Sempre gli Emirati hanno aperto due basi in Africa (Somalia e Eritrea) e ne stanno preparando una terza in Libia dove schierare caccia sofisticati. I sauditi sono oggi il secondo importatore di armi, con una crescita del 212% rispetto agli anni 2007-2011.
Ma, se consideriamo un periodo più recente, sono stati superati dall’India, più 13%, che rafforza gli arsenali militari per sostenere il suo ruolo regionale e, nel contempo, proteggersi da vicini, il Pakistan e la Cina, con cui i rapporti sono storicamente difficili. Infine, la Russia. È il secondo esportatore al mondo - 25% del totale - ed ha usato l’intervento in Siria al fianco del regime per far pubblicità a dozzine di sistemi bellici che ora sono entrati nei cataloghi delle "offerte". Missili, jet, corvette, blindati, tank: tutto provato in combattimenti reali. Sforzo che accompagna l’idea di Putin di rendere competitive le forze armate. Il Cremlino ha investito molto nell’Artico, come gli Usa pensa a migliorare la componente nucleare e spera di costruire 60 nuove navi entro il 2020. I russi non nascondono certo le loro ambizioni, vogliono recuperare il terreno perduto, duellano con la Nato muovendo divisioni e sommergibili. Resta da capire se, alla lunga, potranno tenere testa economicamente all’America.
12-03-2017 01:00


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