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Dozzine di vittime di Boko Aram in Nigeria e stragi in Mali
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Guido Olimpio
Chi è
Si occupa di terrorismo internazionale e Medio Oriente, lavora al "Corriere della Sera" come inviato negli Stati Uniti
In un minuto di video è racchiusa una guerra. I guerriglieri dello Stato Islamico prendono di mira una postazione dell’esercito nigeriano. Usano i mortai. Poi si avvicinano con i pick up dotati di mitragliere. Sparano a lungo, accompagnati da piccoli nuclei. Quindi un veicolo blindato in modo artigianale corre veloce contro le difese e semina il caos. La clip si chiude con le immagini dei tank distrutti, segno della disfatta e dell’impreparazione dei governativi. La tattica - ormai universale dove agiscono i jihadisti - ha permesso agli insorti di assestare un altro colpo. Nelle ultime settimane le diverse formazioni che muovono in Africa Occidentale e nel Sahel sono state protagoniste di operazioni sanguinose. Dozzine le vittime di Boko Haram in Nigeria: civili, militari, persone finite nel tiro incrociato. In un paio di giorni sono state contati più di 120 morti. Imboscate anche in Mali, con la firma dei qaedisti. E poi la Costa d’Avorio, con un avamposto travolto dagli insorti, azione "in ricordo" di un attentato contro un centro turistico.
Questo arco di crisi non può essere dimenticato, neppure davanti alle tante emergenze. È evidente come la fascia centrale dell’Africa rappresenti oggi lo scacchiere dove eredi di Osama e seguaci del Califfo abbiano maggiori possibilità di successo. Dalla loro parte c’è l’estensione dell’area operativa, i guai cronici, la povertà, la scarsa credibilità dei governi, la corruzione, la porosità dei confini. E sottolineiamo anche gli abusi e la repressione cieca. Un recente rapporto di Amnesty International ha denunciato gli eccessi, le eliminazioni, le persecuzioni condotte nel nome della lotta al terrore. Derive già viste, che portano reclute e sostegno ai combattenti. Gli stati africani della regione sono aiutati dall’Occidente (ma anche i russi si fanno strada), la Francia ha un ruolo primario, circa 5 mila uomini appoggiati da qualche partner europeo con unità modeste. L’Italia, che ha già una piccola presenza in Niger, aumenterà il proprio impegno. E poi ci sono gli Stati Uniti, con un piede dentro e l’altro fuori. Donald Trump ritiene che siano altre le priorità e preme per una riduzione dell’intervento statunitense mentre il Pentagono è convinto che qui si stia giocando una partita decisiva.
Parigi prova di nuovo a coordinare l’attività di contrasto e punta su una strategia dove molto è affidato a mosse rapide, elitrasportate, in combinazione con reparti altamente mobili. Non ha molta scelta. I mujaheddin si disperdono, si spostano spesso in moto e con qualche fuoristrada, possono percorrere centinaia di chilometri per poi svanire nei loro rifugi. Il sodalizio con comunità locali risolve le esigenze logistiche. Ricevono rifornimenti e dritte, magari nascondono depositi interrati. Soluzioni rustiche quanto efficaci: bidoni di carburante, contenitori per le armi, sepolti in buche o sotto grossi blocchi di pietra.
C’è chi pensa che lo sforzo alleato sia relativo, impossibile vincere. E allora si riparla di possibili trattative, specie in Mali. Un’alternativa negoziale accompagnata dai dubbi sugli interlocutori, frammentati in molte fazioni e con interessi non omogenei. Con il timore di fondo legato alla debolezza delle istituzioni locali. La pace fa firmata, ma anche protetta.
27-06-2020 23:30



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