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Si occupa di terrorismo internazionale e Medio Oriente, lavora al "Corriere della Sera" come inviato negli Stati Uniti
I fendenti con i coltelli, qualche volta l’auto-ariete sulla folla. Un modus operandi condiviso da terroristi e elementi instabili, al punto che nell’immediatezza di un assalto non è facile comprendere quale sia il movente. Servono ore, ma anche giorni per decifrarlo. Perché non di rado la personalità dell’aggressore è confusa, incerta, opaca. E vi sono anche situazioni dove chi ferisce cerca di nascondersi dietro pretesti politici. Sono mondi paralleli che possono incontrarsi: il "pazzo" e il terrorista individuale.  
In questi anni in Europa numerosi episodi sono rimasti in bilico tra le due realtà. Episodi classificati come terroristici, dopo le indagini, sono diventati atti di follia. Ma è anche avvenuto l’opposto, grazie agli accertamenti e alle verifiche condotte. La lezione è che non bisogna avere fretta nell’arrivare ad una conclusione. La confusione - relativa - è data dai tanti profili di militanti, esiste un’adesione alla guerra santa mescolata spesso con motivazioni personali. Può esserci il collegamento diretto ed esplicito ad un movimento, l’Isis, al Qaeda, magari una fazione sconosciuta. L’atto è ispirato anche in remoto, attraverso il web. Oggi i messaggi corrono veloci, rapidi, essenziali. Sono ordini facili da interpretare.
Ancora più pericolosi quelli che passano alla violenza con una decisione autonoma. Non serve proprio alcuna direttiva, seguono l’onda. È il terrorismo di "comunità". Il protagonista ascolta degli slogan, si accende per polemiche religiose e politiche - come per le vignette blasfeme su Maometto -, fa le sue ricognizioni e poi sceglie un obiettivo non protetto. Può esserci un mandante, un complice, però riesce a nascondersi.
Il militante di questo tipo di solito ha una fase di gestazione. Con una durata variabile. Diventa più religioso, cerca spunti, è divorato dalla rabbia. Poi si mette in caccia andando a colpire tra i negozi, in strada, su un bus, in una chiesa. L’attentatore della Basilica di Nizza - hanno scritto i media francesi - ha fatto tutto in 35 ore e 26 minuti, l’intervallo dal suo arrivo in Costa Azzurra all’esecuzione brutale tra le panche della chiesa. Altri hanno tempi più lunghi.
Il ricorso all’arma da taglio è dettato da evidenti esigenze pratiche che si sovrappongono a quanto consigliato dai cattivi maestri. Sono strumenti che trovano in casa, li comprano in un negozio all’ultimo istante, non serve alcun permesso. C’è poi, secondo alcuni esperti, un significato simbolico in quanto ricorda le brutali esecuzioni messe in atto nelle terre del Califfato. La decapitazione del professor Samuel Paty da parte di un giovane ceceno risponde a questa coreografia di sangue, copia quanto visto e spinge altri a seguire. Infatti il killer di Nizza aveva la foto del suo telefonino, a dimostrazione del pericolo rappresentato dal modello. L’emulazione è una cosa tragicamente ovvia, solo che qui assume anche un aspetto operativo diventando una tattica. Non solo per chi vuol seguire lo Stato Islamico.
Il teatro della violenza cieca finisce per essere copiato da chi è in una lotta con il prossimo, con la società, con i colleghi di lavoro. Un terrore senza mantello politico che però incide comunque sulle nostre vite.
28-11-2020 22:30



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