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Luigi Bonanate
L'Europa dia più soldi
per aiutare i migranti
Luigi Bonanate
Chi è
Luigi Bonanate è saggista, docente di scienze politiche all'università di Torino, esperto in relazioni internazionali.
Fin tanto che il pianeta non era ancora popolato come oggi (7 miliardi e mezzo di abitanti) i due principali strumenti di regolazione delle nascite erano le guerre e i movimenti migratori. O meglio, le une provocavano gli altri, o viceversa. Le guerre, oltre alla loro mortalità diretta, causavano carestie ed epidemie che, insieme all’oppressione politica (anche anticamente: che cosa era d’altro l’esodo dall’Egitto del popolo ebraico in cerca della "terra promessa"?), mettevano in fuga le popolazioni oppresse che andavano alla ricerca di terre più ospitali. Ma se queste erano tali, solitamente erano già occupate, e ne discendevano nuove guerre. Così, la catena diabolica guerra-migrazione diventava irrefrenabile, e i grandi movimenti migratori finirono per creare nuove realtà sociali, che un po’ per volta diedero vita agli Stati, e poi addirittura a quell’entità che venne chiamata "Stato nazionale", che in realtà non consistette mai, in nessun caso, in una sola e pura etnia ma in un miscuglio di queste ultime.
Questa dinamica in fondo inarrestabile (soltanto una grande guerra mondiale potrebbe bloccarla) ha dato vita a spostamenti di persone che oggi (nel 2015, stando agli ultimi dati ufficiali dell’International Migration Report dell’Onu) assommano a 244 milioni di individui. Esseri umani che, nati in una terra, vivono, dopo aver sopportato enormi difficoltà e sofferenze per riuscirci, in un’altra, dove l’ospitalità o la capacità di accoglimento può essere più o meno grande. Lo sviluppo economico, che nei secoli ha separato tra loro ed enormemente distanziato e differenziato quello che difatti oggi chiamiamo "primo mondo" rispetto al secondo e al terzo, ha prodotto un effetto, come quello dei vasi comunicanti, nel senso di spazi che i poveri del mondo corsero a riempire. Di conseguenza, il posto delle grandi guerre, che per fortuna sono andate declinando, è stato occupato dalle migrazioni, producendo la rottura di quella catena che le legava. In questa situazione è iniziato il grande assalto dei poveri e dei perseguitati del mondo verso quel primo mondo, che avendo dominato l’economia e lo sviluppo delle sue varie regioni, è diventato il miraggio di milioni di persone. Di tutti i tipi: giovani e meno, sani e malati, onesti e disonesti, uomini, donne e bambini.
Ancora un passaggio ci ricorda che se l’Europa è oggi la terra a cui la maggior parte di questi ultimi aspira, e se dell’Europa l’approdo fisicamente migliore e più facile è l’Italia, tutto ciò non poteva non portare all’estrema urgenza causata dalle difficoltà nella gestione dei flussi e nel loro assorbimento. Ma il Paese più desiderato è ancora un altro, ovvero il più ricco di quelli europei, la Germania. Quello con la maggiore tradizione di immigrazione è la Francia, con il suo passato coloniale: ed ecco perché questi tre Paesi si trovano oggi al centro delle preoccupazioni. Riusciranno a trovare una sistemazione sia al problema delle partenze sia a quello dell’accoglienza? In termini oggettivi, la risposta non può che essere: no; ma essa sarebbe astratta e non corrisponde per fortuna al modo in cui la storia si muove.
A forza di affrontare le difficoltà, la realtà si trasforma e risposte anche provvisorie attenueranno via via la tragedia attuale. Da una parte, l’accoglienza dovrà disporre di maggiori stanziamenti; i Paesi da cui originano i flussi ritroveranno, un po’ per volta, la pace (specie se l’Occidente si deciderà ad aiutarli invece che spremerne le residue risorse naturali); la società europea assorbirà questi stranieri che, tra un paio di generazioni, saranno indistinguibili dai vecchi residenti.
Ma non si può sfuggire all’amarezza nel vedere che i 27 membri dell’Unione europea sono del tutto privi di spirito di solidarietà, e fingono che di fronte a una situazione tanto difficile ciascuno possa ignorare ciò che succede appena più a sud. Che i neo-arrivati Paesi dell’Europa orientale da poco accolti nell’Ue si girino dall’altra parte è un pessimo segno per la loro stessa integrazione nella società europea.
09-07-2017 01:00


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