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Chi è
Luigi Bonanate è saggista, professore emerito di scienze politiche all'università di Torino, esperto in relazioni internazionali.
In certi casi non ci ricordiamo neppure più che ci siano (come nel caso della Grecia, che è repubblica ormai dal 1974), in altri succede invece - come nell’impero britannico - che un solo sovrano (la regina Elisabetta II) regni su 54 stati, 16 dei quali sono tuttora delle monarchie. A fare i conti per bene, risultano in vita nel mondo 44 monarchie, ivi compresa la Città del Vaticano, una monarchia assoluta benché (ovviamente) non ereditaria ma elettiva. Nell’Europa contemporanea rimangono ancora 12 monarchie, ormai tutte costituzionali, e più precisamente ancora "parlamentari", nelle quali la sovranità è trasferita da un re a un Parlamento, lasciando al primo funzioni sostanzialmente formali, ufficiali e tradizionali.
Ma è anche vero che mentre la popolarità di un presidente repubblicano qualsiasi raggiunge solo raramente punte altissime, nel caso delle monarchie le pubbliche opinioni tendono a compiacersi nelle vicende di una famiglia reale, nelle fortune o nelle sfortune (scandali, amori, liti e tradimenti - dell’appena scomparso principe di Edimburgo Filippo ci manca soltanto più il nome di qualcuna delle sue "fiamme"), di guerra o di pace. La storia delle monarchie nei secoli è in effetti strettamente legata alle guerre con le quale ciascun sovrano cercava di allargare i suoi poteri, la dominazione su terre nuove, fino a realizzare con Carlo V l’en plein del potere e della potenza: re fin da bambino, di Napoli, d’Ungheria, di Castiglia e d’Aragona (e poi, per soprammercato, imperatore del Sacro romano impero).
Oggi, il principio monarchico appare, praticamente a tutte le opinioni pubbliche mondiali, un relitto del passato, accettabile soltanto più in quanto nobile retaggio di un mondo cavalleresco e nobiliare (almeno in apparenza: la metafora del "sangue blu" si adattava esclusivamente alle famiglie nobili, e massimamente a quelle reali), accompagnato dall’affetto e dalla curiosità, sovente morbosa, per le vicende regali. La morte di Diana, consorte del principe ereditario Carlo d’Inghilterra, commosse il mondo intero. Ma se l’immagine della monarchia si è progressivamente offuscata nella storia, e ha fatto del suo superamento uno degli obiettivi fondamentali delle rivoluzioni costituzionali e democratiche del XVIII secolo (quella americana, 1776; francese, 1789), la ragione principale non sta soltanto negli usi e abusi delle famiglie reali: la ragione più importante sta nella volontà che il potere politico passasse dalle mani (sovente neppure troppo meritevoli di detenerlo) di una sola persona - oltretutto quasi sempre tale per un automatismo ereditario che impediva che a succedere a un re potesse essere una regina, come la "legge salica" imponeva) - all’intera popolazione di un paese, che si comporrà allora non più di "sudditi" ma di "cittadini".
Questa è la rivoluzionaria innovazione che aprirà le porte alle Costituzioni e alla democrazia elettorale: il "re" - per così dire - lo elegge il popolo quando ciò sia stabilito dalla legge, e non è più il frutto della volontà o degli intrighi di un pugno di personaggi. Non per ciò, il mondo è diventato ormai il regno indiscusso della repubblica. Ci sono anche le dittature, che sovente assomigliano alle monarchie: la Repubblica popolare democratica della Corea del Nord ha visto succedersi nonno, padre e figlio di una stessa famiglia; gli Assad, padre e figlio, "s-governano" (ancora oggi) la Siria da 50 anni.
10-04-2021 22:00



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