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Marino Niola
Lo straniero riassume
tutte le nostre paure
Marino Niola
Chi è
Professore ordinario di Antropologia culturale all'Istituto Universitario S. Orsola di Napoli
È forse inevitabile vedere due facce della stessa medaglia nello tsunami migratorio e nella sequela di attentati di matrice islamica. Avvenimenti drammatici, che stanno mettendo a dura prova la tenuta dell’Europa. E che ci ricordano come, in un mondo comunicante come è il nostro, non ci sono paratie stagne in grado di arrestare l’onda d’urto né di quell’esodo biblico ampiamente preannunciato, né di questi massacri.
È pure inevitabile che, ancora una volta, lo "straniero" diventi il grande fantasma che riassume le mille paure provocate dalla globalizzazione. Una questione, in realtà, antica quanto l’Occidente, già scritta a chiare lettere nel vocabolario delle grandi civiltà mediterranee. Come quella dell’antica Grecia, che designava con uno stesso termine, "xenos", lo straniero e l’ospite. E come quella romana che invece chiamava col medesimo nome, "hostis", sia lo straniero, sia il nemico. Dalla stessa radice deriva anche "ostico", cioè difficile; corretto per definire una questione spinosa. Due parole, due sfumature della stessa questione. Giusto per ribadire che il rapporto con l’altro che bussa alla nostra porta può oscillare tra un estremo ospitale e un estremo ostile. In questo modo gli antichi sottolineavano la necessità dell’accoglienza, ma al tempo stesso non ne nascondevano la problematicità. Allo stesso modo mostravano di sapere bene che, fra l’accettazione incondizionata e il rifiuto altrettanto incondizionato, si apriva lo spazio dello scambio, della mediazione, dell’integrazione, ma anche della regolamentazione. Lo spazio delle leggi e della civiltà che, ora come allora, restano le uniche dighe in grado di impedire che l’ondata migratoria divenga inarrestabile. E quella xenofoba incontrollabile.
La questione oggi non a caso è ostica, perché è politicamente appunto ostica da affrontare. Al punto da mettere a dura prova la tenuta della nostra civiltà, delle civiltà occidentali. Perché è anche su questo, su questa capacità, che si finisce per misurare la nostra democrazia. Non possiamo però nasconderci che tutti questi "avvenimenti" stanno mettendo a dura prova la nostra capacità di resistere. Nel senso che dobbiamo chiederci fino a che punto, fino a quante spinte può resistere la democrazia senza andare in sovraccarico? È esattamente come una capacità elettrica, che quando è sottoposta ad una carica eccessiva, che non riesce a contenere, a deviare, a trasformare, alla fine non può che fondere. Noi stiamo correndo questo pericolo, perché per un verso c’è questa tremenda onda d’urto esterna, e dall’altro un’onda d’urto interna, una contro-onda provocata dalla stessa onda esterna. Ed è quella xenofoba che monta, e prende sempre più forza dall’interno.
La politica dell’accoglienza è, e resta, una necessità. Ma non può essere un’accoglienza incondizionata. Non penso affatto che questo nostro impegno, o se vogliamo, queste "regole d’ingaggio", debbano essere così illimitate. Regole che in parte sono legate ai presupposti fondamentali della nostra civiltà, dall’apertura alla salvaguardia dei diritti umani. Ma nello stesso tempo siamo in un momento in cui queste regole, e anche queste libertà che concediamo a noi stessi e agli altri, stanno entrando in rotta di collisione con un’altra esigenza, non meno fondamentale: quella della sicurezza. C’è chi sostiene che nulla, comunque, potrebbe metterci al riparo dall’imponderabile, che siamo comunque e ovunque vulnerabili rispetto ad atti terroristici come quello di Nizza. Se non vivendo in uno stato di guerra, militare. È pur vero che anche nelle più spietate e ferree dittature militari le possibilità di compiere attentati non sono mancate e non mancherebbero; anche se certo li renderebbe più difficili da eseguire.
Però il vero problema è un altro, ed è dato dal fatto che il Vecchio Continente rischia comunque di avere una brusca sterzata, una deriva xenofoba generale. Ed è una deriva che sta progressivamente conquistando anche i suoi cittadini politicamente più moderati. Perché non c’è niente, come la paura, che abbia più potere di spingere verso soluzioni di questo tipo. È un brutto termine, ma chiamiamole pure "scorciatoie" che buona parte della popolazione – à la guerre comme à la guerre – è comprensibile sia tentata di percorrere. L’idea comune diventa: almeno proviamo, proviamo a difenderci. Perché un altro problema è dato dal fatto che, oggi, i cittadini non si sentono affatto difesi. Le grandi libertà che stiamo vivendo, e diciamolo fino in fondo, sono in realtà libertà economiche. Che servono soprattutto a garantire la libera circolazione delle merci più che delle persone. Le persone sono un’appendice delle merci, una "clausola" obbligatoria. Ed è quello che l’opinione pubblica, anche se confusamente, oggi comincia a percepire. Il timore, per nulla ingiustificato, è che in fondo la sicurezza delle persone sia un optional: l’importante è che le merci continuino a circolare indisturbate. Continuano sì a sentire i potenti dell’Occidente dire "siamo in guerra", ma finora si sentono vittime di un conflitto a senso unico, al quale non partecipano. Probabilmente le ragioni per cui la lotta al Califfato non sia stata, com’era nelle cose, rapidamente risolutiva sono molte e ci sfuggono. Eppure la soluzione militare è sempre possibile con una chiamata in correo degli alleati o presunti alleati.
Non illudiamoci, però, di assistere ad una "fatwa", una netta condanna da parte delle comunità islamiche a questi gruppi che uccidono in nome di dio. Dichiarazione d’intenti che non c’è e non ci sarà mai. Basta assistere a un qualunque dibattito per constatare come questi cosidetti esponenti di un Islam moderato non arrivano mai, nelle loro dichiarazioni, ad un giudizio netto. Ma stemperano i ragionamenti in mille distinguo, costruiscono un labirinto di ragioni. Forse perché, e sono in molti a pensarlo, non esiste un Islam moderato.
17-07-2016 01:00


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