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22.06.2018
Notiziario statistico Ustat: Monitoraggio congiunturale: andamento e prospettive di evoluzione dell'economia ticinese, giugno 2018
15.06.2018
Notiziario statistico Ustat: Idrologia, Ticino, primo trimestre 2018
15.06.2018
Notiziario statistico Ustat: Meteorologia, Svizzera e Ticino, maggio 2018
08.06.2018
Notiziario statistico Ustat: Indagine congiunturale alberghi e ristoranti, Ticino, primo trimestre 2018
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GLI SCENARI di Luigi Bonanate
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La nostra democrazia
stretta fra troppi dubbi
Luigi Bonanate


Ci eravamo tanto preoccupati, per più di mezzo secolo, che le sfide che la democrazia subiva potessero impedire a quest’ultima di fiorire come speravamo, considerandola quanto di meglio si può avere nelle società moderne. Avevamo temuto il comunismo, che avrebbe potuto attirare a sé sempre maggiori masse di diseredati in giro per il mondo. Il "socialismo reale", poi, incarnato nell’Urss (e con diverse caratteristiche anche nella Cina di Mao) aveva mostrato i suoi limiti e i suoi fallimenti, se non addirittura l’impossibilità di superare pacificamente il mondo democratico. Come invece aveva sognato Kruscev, il protagonista della destalinizzazione, e poi vessillifero di quella competizione pacifica che avrebbe dovuto vedere il trionfo del socialismo sul capitalismo.
Ma quel sogno (o: quell’incubo) si è lentamente dissolto, scomparendo poi in un clamoroso crollo che sotto il Muro di Berlino schiacciò il socialismo. Ma anche un’altra sfida si era affacciata all’orizzonte, quella dell’autoritarismo sconfinante nella dittatura: qualche anticipazione si era già avuta ai tempi del peronismo in Argentina, o nei vari regimi militari dell’America Latina, culminati nella tragedia cilena del 1973. Ma dopo l’Ottantanove e la consapevolezza che i pericoli della conquista del potere da parte di forze comuniste  erano ormai svaniti, incominciò a svilupparsi e a consolidarsi, lentamente dapprima per poi accelerare ai giorni nostri, una forma di critica anti-democratica. Una forma che prende di mira non gli eccessi della collettivizzazione o il timore della conquista violenta del potere (in un’era in cui le classi teoricamente rivoluzionarie capaci di ciò erano ormai scomparse), ma la preoccupazione contraria e opposta della perdita dei privilegi. Della caduta nell’omologazione causata da una globalizzazione che produce sempre meno (anche se sempre più tali) ricchi e sempre più poveri, aprendo una forbice troppo ampia perché si richiuda spontaneamente.
Questa seconda minaccia alla democrazia, più sottile ma non meno deleteria, ha richiesto la trasformazione dei regimi politici in ogni sorta di Paese: si tratta di un meccanismo che agisce (anche se in modalità adatte ai luoghi) negli Stati Uniti come nell’Italia attuale, nei paesi dell’Europa ex-comunista che non vogliono condividere con altri il colpo di fortuna avuto, nella Turchia di Erdogan o nella Russia di Putin, i quali fingendo una formale fiducia nelle istituzioni democratiche le stravolgono al di là di ogni limite. Un solo esempio: nei giorni scorsi, quando si è insediato al potere quasi assoluto, Erdogan ha fatto licenziare 18.000 dipendenti dello Stato, giornalisti, professori, giudici, militari, funzionari, a cui vanno aggiunti i 55.000 (pare) oppositori in carcere dal 2016. È impossibile che ciò sia democratico.
In mezzo, tra questi due estremi, la democrazia rischia oggi di risultare un vaso di coccio: basterebbe un urto, da una parte o dall’altra, per farla crollare. Sono molti ormai a pensare che il sistema democratico sia o troppo fragile o troppo rigido perché valga la pena difenderlo: ma attenzione, le alternative sono molto peggio.
15-07-2018 01:00

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