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GLI SCENARI di Luigi Bonanate
Immagini articolo
La lotta di bugie
tra Trump e Kim
Luigi Bonanate


Partiamo da un presupposto semplice e chiaro, soltanto a prima vista sconcertante: il terrorismo, in qualsiasi delle sue manifestazioni, è una strategia auto-distruttiva che non potrà mai "vincere" perché non costruisce ma distrugge, e non ha un obiettivo. La sua lotta è sterile: causa morti dolore e lacrime, ma non fa politica, né produce proselitismo, e non aumenta la sua influenza nel mondo e nelle società. Che molti autori di azioni terroristiche siano immigrati di seconda generazione è un dato sconvolgente: si tratta - come è stato l’altro giorno a Barcellona - di ragazzotti come quelli che tutti i giorni incontriamo nelle nostre città e sottoponiamo alla logica del denaro, della ricchezza e del lusso, nonché delle sfrenatezze edonistiche di ragazze (belle) che camminano davanti a noi semi-nude spingendo i futuri terroristi a ricoprire e ad annullare la femminilità delle loro donne.
Ma dire che il terrorismo perderà - folle di cittadini lo stanno testimoniando nelle piazze delle città europee -  non deve spingerci a dimenticarcene, tra un evento e l’altro. L’azione terroristica è, in quanto tale, imprevedibile (salvo soffiate o tradimenti); neanche i più sofisticati e vasti sistemi di intelligence  e polizia potranno mai sventarne uno. Questo significa che siamo di fronte a una strategia irrefrenabile. La seconda osservazione, nella stessa direzione, riguarda quella che possiamo definire l’"economicità" dell’azione terroristica che è facile realizzare. Con mezzi scarsissimi (al limite, basta rubare un furgone per trasformarlo in un’arma letale) si ottengono (spaventosi) esiti che terrorizzeranno centinaia di milioni di persone in giro per il mondo. Detto con un pizzico di sano cinismo: si troverà sempre un aeroporto, una stazione ferroviaria o di métro attaccabile. E ancora: il fanatismo, purtroppo, non morirà mai. L’azione e la divulgazione delle azioni di qualche invasato (affetto da una delle tante malattie sociali che conosciamo) non si cancelleranno mai; ma non dobbiamo pensare che la violenza attiri chiunque.
Ma proprio a questo livello, possiamo trovare alcune indicazioni che ribaltano  l’inerzia dello scontro, facendoci capire che il nostro sforzo (accanto ovviamente alle prevenzione e repressione) deve essere di tipo socio-culturale, tenendo ben fermo che il fanatismo si sviluppa nel momento in cui politica e religione si saldano. La religione riguarda il nostro intimo percorso esistenziale e non deve essere buttata su un terreno insanguinato. La politica, a sua volta, non utilizzi la religione a fini di controllo sociale e repressione.
Utilizzando il teorema del "suicidio del terrorismo" potremo più lucidamente affrontarne i problemi soggiacenti: riassumiamoli in uno solo. Davvero qualche migliaio di fanatici potranno cambiare il mondo? Essi saranno semmai i "testimonial" dei mali del mondo, da cui potremmo almeno trarre la consapevolezza che i casi del Medio Oriente e dell’Africa del nord e centrale sono oggi tra i più tragici e penosi della terra. In altri termini, guardiamoci intorno.
20-08-2017 01:00
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