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GLI SCENARI di Luigi Bonanate
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I 70 anni di Israele
e la pace impossibile
Luigi Bonanate


Non ci pensavamo neppure più ma il 14 maggio 1948 è stato uno dei giorni più importanti di tutto il ventesimo secolo, e forse anche del nostro, perché la proclamazione dello Stato di Israele fu una svolta di immensa portata storica, allora accolta dall’intera comunità internazionale. Oggi non è più il momento per chiederci in riferimento a quale terra questa decisione dovesse valere, ovvero a chi la Palestina debba appartenere, storicamente o geograficamente, e neppure di interrogarci sulle vicende che portarono la Gran Bretagna a ritirare il suo "mandato" e ad aprire la strada all’indipendenza di una nuova entità statuale. Non è neanche il momento di esprimersi sull’alternativa in discussione da decenni: uno stato solo, con due "minoranze" coesistenti, due stati giuridicamente e geograficamente distinti e autonomi, uno stato solo dopo che Israele abbia espulso tutti gli "infedeli". Tre possibilità, nessuna delle quali è mai stata accettata finora o dall’una o dall’altra parte, e mai contemporaneamente.
La "questione palestinese" è diventata, un po’ per volta, la "madre" di tutte le forme di lotta violenta del mondo contemporaneo: la cultura del terrorismo nasce in quella temperie (al-Fatah, Settembre nero, eccetera); la guerra più intensa della storia (commisurata alla sua brevità) è stata la Guerra dei sei giorni del 1967, voluta e vinta da Israele. Le guerre successive e le "intifade" più recenti hanno abituato il mondo a sopportare il rischio terroristico, che ha trasceso il piano locale per riguardare il mondo intero. Addirittura, l’irrefrenabile tensione israelo-palestinese è la prova assoluta dell’impossibilità, dopo 70 anni, di costruire un Medio Oriente pacifico. Israele ha, da solo, la forza e le armi per sconfiggere qualsiasi insurrezione o campagna militare, e a differenza di tutti gli altri stati mediorientali, possiede, e non è poco, anche la bomba atomica. In ogni caso, tuttavia, una prova di forza sarebbe sconvolgente: contro Israele, i palestinesi avrebbero davvero soltanto le pietre per combattere. Ma accanto a loro potrebbe schierarsi l’Iran, che non vede l’ora di spazzare l’ebraismo dal Medio Oriente. L’incendio dell’intera area seguirebbe immediatamente.
E ora, in un contesto globale di complessità estrema, giunge la (provocatoria?) decisione statunitense di trasferire la sua sede diplomatica da Tel Aviv a Gerusalemme: una mossa destinata a provocare reazioni o contestazioni pericolosissime. Ma non possiamo dimenticare che cosa Gerusalemme rappresenti non soltanto per il mondo ebraico o per il popolo palestinese: Gerusalemme è, tra tutti, il gioiello più prezioso tra quelli catalogati dall’Unesco come "patrimonio dell’umanità", perché appartiene davvero a tutti noi. Il fascino che sprigiona, come persino nella Bibbia si legge, è tale da farla apparire, ad un tempo, come la donna più bella e desiderabile che esista nonché una donna di strada (Isaia, I, 2; 60)!
È detto tutto, di fronte a tali esclamazioni: non c’è politica, non ragione etnica, storica, o tanto meno religiosa che possa giustificare una nuova distruzione di Gerusalemme.
13-05-2018 01:00

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