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GLI SCENARI di Luigi Bonanate
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L'Onu che invecchia
conta sempre meno
Luigi Bonanate


L’altro giorno, all’Assemblea generale dell’Onu, Trump ha detto: "America first", che assomiglia sinistramente a "Deutschland ueber Alles"; e poi: "Distruggeremo la Corea del Nord", che è una minaccia che mai nessuno aveva formulato a freddo e in pubblico; e infine ancora: "L’accordo sul nucleare con l’Iran non vale perché quel paese fa parte dell’impero del Male", come se diversi vecchi alleati degli Usa non avessero mai fatto nulla di analogo. Trump ha inanellato una serie di  accuse come nessuno ne aveva mai pronunciate dal pulpito dell’Assemblea generale dell’Onu. Neanche Kruscev, nei momenti più difficili e tesi della guerra fredda arrivò mai a tanto, neppure quando sbatté la famosa scarpa sul tavolo, nel 1960. Una istituzione nata con la vocazione di tracciare il cammino che avrebbe dovuto condurre, con il tempo e tanta buona volontà, a un mondo pacifico, è stata svillaneggiata con un’arroganza senza precedenti, in cui non possiamo non pensare che ci fosse proprio tale intenzione.
Il discorso del Presidente degli Stati Uniti segna il punto più basso della storia dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, sia in termini di stile sia in termini politici. Stile: il modo stesso di porgere le sue parole denotava uns sorta di insofferenza nei confronti dell’uditorio; politica: mai si era sentito minacciare di distruzione uno stato (comunque) sovrano, per quanto "canaglia" possa risultare. Ma è l’"American First" il tratto più inquietante perché non è altro che un modo nuovo per dire quello che dal 1845 risuona nei  grandi programmi politici americani: si tratta di quel "Manifest Destiny" che aveva destinato gli Usa a un futuro di espansione senza limiti, in quanto si consideravano i portatori dei migliore valori dell’umanità: perché non farne godere tutto il mondo?
È forse per rilanciare questo mito fondativo che Trump, quasi ironicamente, ha poi anche risollevato il tema dello Statuto dell’Onu, a cui da decenni si lavora con la sensazione di perdere il tempo, a causa di quel principio che ostruisce qualsiasi innovazione: il potere di veto, che fin dalle origini risultò una zeppa insuperabile, perché tre dei cinque suoi detentori non avevano un rango all’altezza del compito (Gran Bretagna, Francia, Cina) mentre l’equilibrio mondiale restava nelle mani di due paesi, gli Usa, che avevano compiuto il più grande sforzo bellico della storia, e l’Urss, che alla seconda guerra mondiale aveva pagato il prezzo più alto in distruzioni umane e materiali. Paralizzata dai veti incrociati, l’Onu ha progressivamente perduto la sua importanza intanto che le gerarchie mondiali cambiavano. La Cina è molto più importante che 70 anni fa; gli Stati Uniti hanno visto ridimensionata la loro superiorità produttiva e militare. La Russia non vale più nulla, anche se conta moltissimo per la sua aggressività; Gran Bretagna e Francia si ritrovano del tutto marginalizzate.
La settantaduesima Assemblea generale dell’Onu rischia di passare alla storia come il punto di non-ritorno di un’illusione. Ma non si tratta di un’utopia, bensì soltanto di un fallimento della politica, la quale non è poi altro che l’ambito del desiderabile coniugato con il possibilie. Forse non l’abbiamo ancora desiderato abbastanza.
24-09-2017 01:00
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