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Dialogo fra un pastore
e la Cometa sul 2021
Renato Martinoni


Pastore. L’hanno cacciato, il manigoldo! Con una bella pedata sulle chiappe. Va tolto dalla storia, il 2020. Chi se ne accorgerà, se manca fra gli oltre duemila anni del calendario? Un se ne poteva cchiù. Neanche a respirare si riusciva. Giorno dopo giorno la stessa solfa. C’era vita nel Presepe? Sono arrivati i Re Magi? È tornata la normalità? Non ho visto i cammelli avanzare sulle dune. Dimmi, Stella Cometa, è passata la burrasca? Hai qualche buona novella?
Cometa. Ho trovato vuota la stalla, alla fine del mio viaggio. C’era il buio, sulla Terra. I Magi sono rimasti nelle loro tende, in mezzo al deserto. Tutti nel mondo hanno dovuto stare in casa. Nelle città le strade e le piazze erano deserte, le chiese e i ristoranti sprangati, i cinema e i teatri chiusi. Soltanto gli ospedali sono rimasti aperti. "Portate pazienza", ripetevano gli altoparlanti agli angoli delle vie: "La vita risorgerà". "Sarà meglio di prima". "Abbiate fiducia". "Siete in buone mani".
Pastore. Allora guardiamo avanti, nella speranza che almeno nel prossimo dicembre ci si possa rimettere sulla strada verso Betlemme. Lo abbiamo fatto per due millenni.Voglio inginocchiarmi davanti alla greppia. Che gusto sentire l’aroma dell’incenso! Quanto mi piaceva assistere all’arrivo di Melchiorre, Gaspare e Baldassarre! E i colori dei drappeggi? E le musiche celesti? E il profumo della mirra? E i lamenti festosi delle zampogne? Basta, amica Cometa, non ce la faccio a trattenere le lacrime. Già i belati del gregge sembrano un coro di fanciulli in pianto… Come sarà il nuovo anno? Dimmelo tu, che vedi il futuro dal cielo…
Cometa. "Sarà diverso", ripetono all’unisono sulla Terra. Invece quassù sono certi che sarà tutto come prima. Forse ancora peggio. Finirà la pandemia. La musica nel mondo avrà però le note stonate di sempre. Altro che i cori celesti! La solita valanga inutile di notizie! Altro che società della comunicazione e dell’informazione! Ogni giorno, a ogni ora, nell’anno appena buttato via, televisione e giornali hanno mostrato la stessa scena. Un infermiere infilava un bastoncino nel naso di un tale pieno di smorfie per il fastidio: e tutti quelli che guardavano, sdraiati sul divano, facevano le facciacce per il dolore. Ogni giorno, a ogni ora, per i prossimi mesi, vedremo un’infermiera che infila l’ago di una siringa nel braccio di un tale. Tutti allora chiuderanno gli occhi, sentendo un’ape che li punge. Conta poco informare, nel terzo millennio. È la scena che dev’essere sempre uguale. Chi se la ricorda, altrimenti? I gesti vanno ripetuti. Fino alla noia. Arriverà poi un nuovo tormentone. E allora avanti Savoia! È la paura a tenere unito il mondo. È la minestra riscaldata a nutrire la sua pancia.
16-01-2021 21:30

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