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FOGLI IN LIBERTÀ di Renato Martinoni
Monache e carcerati
da cui imparare
Renato Martinoni


Passo le giornate a leggere, libri e riviste scientifiche. Oppure davanti al computer, a scrivere. Dalla mattina alla sera. Dal lunedì alla domenica. Non faccio fatica. Ho l’abitudine di stare al chiuso, solo con me stesso e con i miei pensieri. C’è chi ripete: "La terra è bassa". Ha ragione. La terra chiede molta fatica. Sarebbe sbagliato però concludere che solo i contadini sono destinati a sudare. Si sgobba in fabbrica, dietro il banco di un bar, a riempire le scansie dei negozi, negli ospedali. Anche lo studio è fatica. Ricordo che un amico, un muratore bresciano, mi ripeteva volentieri: "Non starei un minuto seduto al tavolo, davanti a un libro o a una macchina da scrivere" (all’epoca il computer non c’era). Fermarsi per ore, su una pagina, senza lasciarsi incuriosire da una voce, da un rumore, da un’ombra, da qualcosa che succede fuori dalla finestra, non è automatico. È bassa la terra. Ma sono bassi anche i libri.
Mi è capitato di scrivere, parlando della pandemia (siamo tutti o quasi in ritiro), di quanto sia importante cercare di occupare il tempo in cose "buone": in giardino, in cucina, a fare ordine in soffitta. Chi legge volentieri ha però una fortuna in più. Il tempo scorre. La testa è occupata e circolano meno pensieri legati al coronavirus e alle sue orribili malefatte. Le paure vengono addolcite dal miele di una storia narrata, da un personaggio che ci affascina e di cui, può succedere, ci innamoriamo, dalla descrizione di paesi vicini o lontani, affascinanti, dei loro colori, dei loro odori, dei loro sapori. Tutto questo non basta e lo stare segregati in casa è difficile da sopportare. Ci sono momenti in cui sembra davvero impossibile farcela. È come se un macigno pesasse sulle nostre spalle e, dopo tanta fatica, ci pare di non riuscire più a sostenerlo. E allora verrebbe voglia di cedere e di mandare tutto al diavolo. Al diavolo i dottori, i politici e tutti quelli che ci dicono di chiuderci in casa. Come le marmotte nelle loro tane.
Poi però viene da pensare a quanti se ne stanno chiusi in uno spazio angusto. Non per il periodo della "quarantena" (sperando che non diventi un’"ottantena"). Per mesi e anni. Magari per tutto il resto della loro vita. Ai carcerati. Ai chi soffre di gravi malattie, fisiche e mentali, e non può uscire dai muri di un ospedale. Alle monache di clausura che vivono come le formiche d’inverno. Lavorando. Pregando. Di tanto in tanto, sono donne, spettegolando un po’ o "zacagnandosi". Ora dopo ora. Giorno dopo giorno. Anno dopo anno. Da quando hanno fatto la loro professione fino alla morte. Per le monache è una scelta di fede. Per tutti gli altri un obbligo. Impariamo dalle prime. E dai secondi prendiamo la forza per resistere.
29-03-2020 01:00


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