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FUORI DAL CORO di Giò Rezzonico
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Internati comunisti
al tempo della guerra
Giò Rezzonico


Gordola, durante la seconda guerra mondiale, ha ospitato un campo di internamento per profughi comunisti o di estrema sinistra provenienti soprattutto da Germania e Austria. Dal 1941 al 1944, di fatto, nel piccolo borgo locarnese risiedeva la direzione del Partito comunista tedesco. Si tratta di un’interessante pagina di storia locale sconosciuta ai più e ricordata dallo storico e giornalista grigionese Andrea Tognina nell’ambito di una conferenza organizzata dalla Società storica locarnese. Un’associazione attenta alle vicende regionali e preoccupata a non esaminarne gli aspetti aneddotici, bensì ad inserirli in un ampio contesto storico.
Il campo di internamento rimase aperto tre anni e poteva ospitare dalle 30 alle 70 persone. Andrea Tognina ne ha studiato l’attività nell’ambito della sua tesi di laurea presentata durante gli studi a Firenze e dedicata "all’internamento di profughi comunisti e socialisti in Svizzera durante la Seconda guerra mondiale". Le sue fonti principali sono state le autobiografie degli internati e i documenti della Confederazione sull’attività del campo.
Durante il secondo conflitto mondiale la politica d’asilo elvetica era molto restrittiva. I rifugiati politici riconosciuti come tali erano davvero pochi, ma altri venivano tollerati in quanto le autorità federali erano consapevoli che se fossero stati rimpatriati sarebbero andati incontro a morte sicura. Nonostante ciò i falchi avrebbero desiderato l’espulsione di alcuni di loro per arginare il fenomeno, mentre le colombe si opponevano. Ne è così scaturita la decisione di non espellerli ma di internarli. Dapprima in penitenziari. Ma poi, attorno a questa misura repressiva è nato un ampio dibattito e per finire si è ritenuto che fosse ingiusto equipararli ai criminali comuni e si è optato per la creazione di campi di lavoro per quelli ritenuti non pericolosi e di internamento per coloro che invece si pensava avrebbero potuto diffondere ideologie non ammesse dalle leggi elvetiche. Ma dove mandarli? Si optò per il Ticino per isolarli linguisticamente dai simpatizzanti comunisti della Svizzera tedesca e per non mescolarli con altri profughi in modo da evitare ogni proselitismo. Da parte loro gli internati accettarono le regole del campo e si attennero a una stretta disciplina escludendo dalle discussioni politiche interne e dalla vita sociale i comunisti non ortodossi.
In un primo tempo le autorità avevano pensato a un campo cintato con il filo spinato e sorvegliato da militari, ma poi si optò per una gestione civile. Le regole sulla carta erano dure: divieto di telefonare, di avere contatti con la popolazione locale, di leggere libri di politica, nessun congedo, la posta era controllata. Salvo quest’ultima misura, tutte le altre vennero allentate ed i detenuti dopo il lavoro nei campi o le attività di bonifica alla foce della Verzasca potevano leggere, discutere di politica e svolgere attività culturali; si ricorda una conferenza di Hermann Hesse, che a quei tempi risiedeva a Montagnola.
26-03-2017 01:00
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