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22.12.2017
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IL COMMENTO di Libero D'Agostino
Le vere domande
sul canone radiotv
Libero D'Agostino


Mancano ancora diverse settimane al voto sull’iniziativa che vuole abolire il canone radiotelevisivo, ma tra appelli e allarmi, critiche e polemiche, attacchi e difese, si sta assistendo in Ticino ad uno psicodramma collettivo. Che è ormai tracimato dalle pagine dei quotidiani, dai palinsesti radiotv e dai portali informativi online. Un dibattito frenetico, a tratti persino schizofrenico, in cui tutti, da fronti opposti, si sentono in dovere di ripetere immancabilmente le stesse cose. Senza, però, sollevare le domande essenziali per poter votare ragionando con la testa, e non con la pancia, il prossimo 4 marzo.
Innanzitutto, si giustifica ancora un sistema radiotelevisivo finanziato dai cittadini attraverso il pagamento obbligatorio di una tassa annua di 451 franchi? Nel secolo di internet, che permette l’accesso a news e a trasmissioni d’intrattenimento con un semplice telefonino, cosa significa e che senso ha un servizio pubblico che devono pagare tutti, sia che utilizzino o no questo servizio. È ammissibile oggi la posizione semi monopolistica della Ssr-Srg grazie al canone obbligatorio? Con un network radiotelevisivo, finanziato dallo Stato, in posizione dominante, non c’è il rischio che l’informazione sia in qualche modo condizionata dal potere politico? Di tutto questo, purtroppo, non si è discusso per niente.
Tra i tanti interventi di queste ultime settimane solo quello del professor Carlo Lottieri, pubblicato alcuni giorni fa dal Corriere del Ticino, ha sollevato questi interrogativi. Lottieri ha sottolineato che nessun economista sarebbe oggi disposto a sostenere che il servizio radiotelevisivo sia un "bene pubblico", né tantomeno, si potrebbe aggiungere, che esso abbia una legittimazione culturale nell’interesse nazionale.
Forse, un servizio pubblico radiotelevisivo pagato dai cittadini, aveva un senso, in Svizzera come negli altri Paesi, negli anni del secondo dopoguerra quando c’era il bisogno di ricostruire un’immagine diversa delle nazioni che erano state travolte dalle barbarie nazifascista o che, subito dopo, erano state insidiate dal fascino sinistro delle dittature del proletariato. Quando c’era, insomma, anche la necessità di fornire un’informazione non manipolata direttamente dal potere politico, e di riplasmare con i valori della democrazia parlamentare la coscienza e l’identità collettiva.
Dire che la Ssr-Srg sia oggi un fattore imprescindibile della coesione nazionale e della valorizzazione anche dell’italianità, significa avere una concezione meramente redistributiva, di cassa, del federalismo. Semmai, bisognerebbe domandarsi e discutere, senza pregiudizi di parte, in che misura, con quali mezzi e quali finalità si potrebbe riorientare la missione del servizio pubblico radiotelevisivo nell’era del web. Si dovrebbe dibattere anche su come sottrarlo all’influenza della politica, perché il rischio, checché ne dicano coloro che vogliono abolire il canone, non è la presunta o vera adesione all’area della sinistra o del centro sinistra dei giornalisti della Ssr-Srg. Un giornalista onesto, un bravo professionista della comunicazione, può fare bene il suo lavoro senza lasciarsi condizionare in modo determinante dalle proprie convinzioni ideologiche, siano esse di destra o di sinistra. Il pericolo reale è invece la vicinanza, per forza di cose, dei giornalisti del servizio pubblico al potere politico locale e centrale, che tiene i cordoni della borsa. Questo sì che può condizionare.
Quasi certamente non si sarebbe arrivati a questa alternativa radicale del voto sul canone, se Berna avesse accettato la proposta di ridurlo subito a 200 franchi. Ma la politica, catafratta nelle sue antiche certezze, non ha intuito che anche il tabù del servizio pubblico radiotelevisivo stava traballando.

ldagostino@caffe.ch
21-01-2018 01:00

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