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IL PUNTO di Michel Guillaume
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Il plurilinguismo
fatica ai piani alti
Michel Guillaume


"Ci piacerebbe che i germanofoni e i francofoni si interessassero anche alla lingua italiana. Un piccolo sforzo in più da parte loro farebbe bene al nostro Paese". Sono parole che il nuovo presidente del governo ticinese, Manuele Bertoli, ha affidato ad un’intervista apparsa sul Tages Anzeiger. Quanto ha ragione! Al tempo della globalizzazione, le lingue minoritarie sono minacciate dal disinteresse della maggioranza. Sarebbe falso vederci un fenomeno di rigetto. Gli svizzero tedeschi non amano i romandi e i ticinesi meno di prima. Per contro, in una società che tende alla redditività e all’efficacia, sono ormai persuasi che in futuro bisognerà mettere l’accento sull’apprendimento dell’inglese, oltre alle loro lingue materne, il tedesco e il dialetto locale. E il francese e l’italiano? Perché no, ma soltanto come materia facoltativa. Come si dice in inglese è "nice to have".
A livello federale, la delegata al plurilinguismo, Nicoletta Mariolini, è anch’essa confrontata con questo fenomeno. Da quattro anni ormai si batte affinché l’amministrazione federale si rivolga ai cittadini nelle tre lingue nazionali ufficiali, ma anche affinché rifletta sullo spirito di questi tre idiomi. Per questo, non basta che le diverse comunità linguistiche siano correttamente rappresentate in rapporto alla loro forza demografica in seno all’effettivo di 35mila impiegati dell’aministrazione. È già più o meno il caso: nel 2016 si registravano il 21% di francofoni e il 7% di italofoni. Ma è soprattutto necessario che le minoranze siano presenti nei posti di responsabilità, ossia quelli con le classi salariali dalla 34 alla 38esima. Sono questi i ruoli in cui si prendono le decisioni.
Ora, stando ai dati dell’ultima statistica disponibile, ci si accorge che nel 2014 i germanofoni dominavano in modo quasi oltraggioso nel Dipartimento di giustizia e polizia (93%) e in quello dell’ambiente, dei trasporti, dell’energia e della comunicazione (80%). Ciò significa che tutta la politica migratoria e quella energetica sono pensate in tedesco. Quanto agli italofoni, sono quasi assenti tra i posti di quadro superiore nel settore della protezione dei dati (0%), nella gestione del territorio (2,5%) e anche nella sanità pubblica (3,3%). Questa situazione non è sana in un Paese dalle grandi diversità come la Svizzera, dove la coesione nazionale non può articolarsi che su equilibri che vanno assolutamente preservati.
In questo contesto, il monito di Manuele Bertoli calza a pennello. È necessario non solo incoraggiare l’apprendimento di tutte le lingue nazionali, ma anche favorire l’accesso a Berna di una maggiore proporzione di quadri ticinesi, in modo che tutte le sensibilità linguistiche del Paese trovino il modo di esprimersi.
23-04-2017 07:00
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