Pro e contro sul remunerare chi cerca le sottoscrizioni
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Pagare per le firme
tra diritti e inopportunità
ANDREA BERTAGNI


Vietare la raccolta firme a pagamento per iniziative e referendum. In Ticino una proposta in tal senso, lanciata dall’Mps, era stata bocciata dal parlamento nel 2018. Oggi la proposta ritorna a livello nazionale. La sostiene il socialista Mathias Reynard, consigliere nazionale vallesano. Pronto a portare la questione in Parlamento federale. Nel frattempo anche i Verdi del canton Vaud si sono mossi, proponendo un divieto a livello cantonale. Pagare per ottenere firme, sostengono, è un attacco alla democrazia. Non la pensa così Marco Salvi, economista di AvenirSuisse, secondo cui l’alternativa è l’identità elettronica, contro la quale è stato lanciato un referendum e si andrà a votare. Per Matteo Cheda, editore, che aveva assunto e pagato disoccupati per raccogliere le firme di un referendum, il problema è quello di garantire il massimo di trasparenza nel momento della campagna elettorale.
an.b.


L’alternativa migliore esiste già e si chiama "identità elettronica"
Marco Salvi
Docente di economia e direttore di ricerca di Avenir Suisse

Non vedo problemi nel pagare chi raccoglie le firme per lanciare un referendum popolare a livello federale o anche cantonale e comunale. Anche perché non si pagano i voti, ma si facilita la possibilità di esprimere un voto. Una possibilità che nel nostro sistema democratico altamente partecipativo è una prerogativa, ma anche una ricchezza.
Per questo come Avenir Suisse siamo favorevoli alla raccolta di firme elettronica. Una raccolta che si basa sull’identità elettronica (E-Id), che per noi è una conquista fondamentale e come tale dovrebbe poter entrare di diritto nella nostra quotidianità. Certamente, se si introducesse la raccolta firme elettronica sarebbero necessari alcuni adeguamenti strutturali. Come ad esempio la proposta di triplicare il quorum, portandolo a circa il 6 per cento degli aventi diritto di voto.
La sfera digitale è un’estensione di quella pubblica e la politica dovrebbe saper interpretare quest’opportunità, innanzitutto per semplificare lo scambio di opinioni. Nonostante ciò, non siamo in molti a sostenere questo nuovo sistema. Neppure chi oggi è contrario a pagare i raccoglitori di firme sostiene l’alternativa della raccolta elettronica. Dal fuoco incrociato delle critiche cui è esposto lo sviluppo del voto elettronico emerge un dibattito che non lascia pressoché spazio ai vantaggi e alle opportunità che racchiude, quali, a titolo di esempio, l’esercizio semplificato del diritto di voto per gli svizzeri all’estero e i portatori di handicap, l’eliminazione delle schede nulle o la possibilità di verificare la propria scelta di voto.
D’altro canto, è innegabile che proprio sul piano della sicurezza anche le modalità tradizionali di voto hanno raggiunto i propri limiti. Se in futuro il voto elettronico potrà essere utilizzato senza discontinuità dei mezzi di supporto potrebbe anche essere possibile registrare le proprie preferenze in maniera sistematica e introdurre procedure di voto democratiche complementari. Nonostante l’attuale battuta d’arresto è necessario incentivare il regolare esercizio del e-voting tramite il miglioramento degli aspetti tecnici. Ne va dell’ulteriore progresso della nostra democrazia diretta.


Ma il vero problema è il finanziamento delle campagne elettorali
Matteo Cheda
Editore, fondatore della scuola privata di giornalismo di Bellinzona

La politica non fa eccezione al resto della vita: tutto ha un costo. Ma non mi scandalizza il fatto che ci siano partiti, gruppi, movimenti disposti a pagare chi raccoglie le firme vuoi per referendum, vuoi per iniziative popolari. A mio parere più questioni, più temi si portano in votazione meglio è per l’interesse generale, per la democrazia. L’importante è andare a votare. È in quest’occasione, nella campagna elettorale che precede il voto che il cittadino ha la possibilità di sentire due punti di vista diversi, valutare i pro e i contro, e decidere in merito. Per la maggior parte dei cittadini, non è importante come si raccolgono queste firme. Votando si coinvolge la gente, si accresce la partecipazione,
Mi chiedo perché si può pagare un segretario di partito, perché si può pagare la pubblicità elettorale, perché si possono ricevere finanziamenti da banche, e non si dovrebbe pagare chi raccoglie le firme? Dove sta la differenza. Il problema non è dunque che si paghino chi raccoglie le firme. Il problema, caso mai è la disparità di mezzi in campo per le votazioni.
Ovvero reputo urgente piuttosto garantire una maggior trasparenza sul finanziamento delle campagne elettorali, chi paga, quanto si è speso, chi sono i finanziatori, in particolar modo quando si deve decidere su questioni economiche.
La discriminazione, la differenza infatti la fanno le risorse economiche messe in campo per la campagna elettorale. Il costo di una raccolta firme a pagamento (in Ticino per una iniziativa popolare occorrono 7mila firme) è decisamente più basso rispetto a una campagna elettorale che costa enormemente di più. Ed è chiaro che se un partito dispone di milioni di franchi può influenzare più di altri l’esito della votazione. Prima di limitare il pagamento di chi raccoglie firme, bisognerebbe garantire le stesse possibilità a tutti. Eventualmente quello che potrebbe fare invece è ridurre il numero delle firme. In Ticino per la riuscita di un referendum ci vuole il 3% degli aventi diritti di voto, mentre in altri cantoni, come Zurigo o Argovia, basta l’1%. Ma una iniziativa in questa direzione sostenuta da Giorgio Ghiringhelli non ha avuto successo.
16.02.2020


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