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Trovata all'Usi una soluzione per combattere i "suini"
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Caccia selezionata...
ed è "cinghialmania"
GIANFRANCO QUAGLIA


A Brè è scoppiata la "cinghialmania", se così può essere definita la manifestazione d’affetto nei confronti di "Piggy", un ungulato che dimostra una particolare empatia per le persone, alle quali si avvicina con atteggiamento mansueto. Per lui è stato aperto addirittura un gruppo su Facebook allo scopo di tutelarlo e preservarlo dai fucili dei cacciatori.
Di tutt’altro tenore è invece l’attenzione per i cinghiali in Italia e soprattutto in Piemonte, dove la presenza di questi animali selvatici rappresenta un incubo. Anzi, un flagello. Bastano alcuni dati per comprendere la portata del fenomeno in negativo: oltre un milione di esemplari in tutta la Penisola, almeno 1.100 incidenti (alcuni anche mortali), causati sulle strade del Piemonte. Invasi dai cinghiali, con incursioni anche nelle grandi città (episodi a Genova e Roma), gli agricoltori assistono impotenti alla distruzione dei raccolti e gli abitanti in generale chiedono interventi radicali. Fin qui, quelli adottati, non hanno risolto il problema.
Ma proprio da Lugano viene in soccorso il cosiddetto "Modello svizzero", una strategia nuova, più mirata, messa a punto da due ricercatori dell’università ticinese, già sperimentata con successo in Valdossola, ai confini con il Vallese, e ora pronta per essere adottata. Si chiama "Community Empowerment" e si basa sulla consapevolezza e la responsabilità del mondo agricolo e di quello venatorio. Il metodo dei due studiosi, il professor Michael Gibbert e il dottor Stefano Giacomelli, testato nell’arco di 17 anni (dal 2001 al 2018) è stato oggetto di un articolo pubblicato su "Ecology and Society", prestigiosa rivista di ecologia a livello internazionale, una certificazione della validità del modello cui ora le organizzazioni agricole italiane e gli enti locali vogliono ispirarsi.
I due ricercatori, coadiuvati dal dottor Roberto Viganò dello studio di consulenza veterinaria AlpVet, hanno operato nell’ambito del World Challenge Program, iniziativa lanciata dall’Università della Svizzera italiana, dimostrando esattamente l’opposto di quanto si è fatto finora in Italia e non solo. In altre parole la metodologia più efficace per il "contenimento" dei cinghiali non è la battuta di caccia massiva, ma al contrario una limitazione della pressione venatoria poco regolata e una maggiore responsabilizzazione delle comunità locali coinvolte. Non a caso i due ricercatori sono docenti della facoltà di Scienze della comunicazione. Come dire, un’informazione più corretta del problema, che vada oltre gli stereotipi e le abitudini. Lo strumento si basa sulla caccia di selezione, praticata in solitaria o con un accompagnatore, senza cani, e prevede il prelievo solo di capi con caratteristiche precise (per sesso, età, eventuali problemi di salute). Scelti sulla base di censimenti e piani faunistici. Lo stesso tipo di caccia che si pratica per il capriolo, il cervo, il camoscio. Ma i cacciatori devono seguire corsi con rigorosi esami finali, in maniera tale da diventare specialisti in grado di individuare tutte le caratteristiche dell’animale prima di sparare.
22.09.2019


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