Una piattaforma per favorire un miglior impatto ecologico
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Anche il riso ticinese
diventa "sostenibile"
GIANFRANCO QUAGLIA


Si scrive Sairisi, si legge Sustainable agricolture initiative risi: è una grande piattaforma globale della filiera agroalimentare di cui fa parte anche la Riseria Tavernes (gruppo Migros), con altri colossi mondiali della trasformazione, come Ebro Foods, Euricom, Kellogg’s, e alcune riserie del distretto risicolo del Nordovest italiano. La missione del progetto Sairisi è promuovere la sostenibilità agricola della produzione di riso attraverso la collaborazione che coinvolge industriali, agricoltori, ricercatori. Partner di questa filiera è l’Ente nazionale risi italiano, che dispone di un Centro ricerche in provincia di Pavia dove è custodita la "banca del germoplasma" risicolo, in altre parole il caveau con le varietà antiche e attuali.
Sairisi fa capo a un progetto ancora più esteso, Sai Platform, che riunisce oltre 90 membri di tutto il mondo in rappresentanza della filiera agricola, dalle cooperative alla grande distribuzione: tutti interagiscono per implementare buone pratiche di agricoltura finalizzate alla riduzione dei fitofarmaci e alla difesa dell’ambiente nell’ottica degli obiettivi Onu.
La Svizzera rientra nella missione del "riso etico" che parte da lontano, dal 1905 quando la famiglia Curti di Varese fondò la Riseria di Taverne, poi passata nel 1957 al fondatore di Migros, Gottlieb Duttweiler. Daniel Feldmann, il direttore, ricorda che quel cereale faceva parte dei primi sei articoli venduti da Duttweiler sin dal 1925. Un amore rimasto nel tempo, anche se sulle tavole della Confederazione  il riso viene soltanto al terzo posto, dopo le patate e la pasta. Ogni svizzero ne mangia in media 5,7 chilogrammi, più o meno la cifra pro capite che si registra in Italia. Ed è proprio dal triangolo d’oro della risicoltura italiana, (Vercelli-Novara-Pavia) che proviene quasi il 40 per cento di tutto il riso consumato nei cantoni svizzeri; percentuale che sfiora il 70% per l’approvvigionamento della Riseria Taverne, la quale importa altro prodotto dal Sudest asiatico (India e Thailandia) dove Migros coltiva in proprio le varietà Jasmine e Basmati, tipo Indica destinato ai contorni e alle insalate. Ma il riso da risotto, quello no, arriva appunto dalle pianure italiane. In particolare dalle risaie del Vercellese dove esattamente 70 anni or sono fu girato il capolavoro del neorealismo italiano "Riso amaro" con Silvana Mangano, Vittorio Gassman, Raf Vallone, Doris Dowling. La "mondina", classica lavoratrice della risaia immortalata da quella pellicola cult di Giuseppe de Santis, oggi non esiste più, soppiantata dalla "precision farming", l’agricoltura di precisione che sostituisce la manualità e la fatica: i campi sono sorvolati dai droni che mappano il processo evolutivo delle pianticelle, monitorano il grado di maturazione e determinano anche il dosaggio specifico di fertilizzanti e diserbanti, per ridurre al minimo indispensabile l’impatto. Di "Riso amaro" è rimasto immutato soltanto il fascino.
Sandra Hinni, responsabile Ecologia Food del gruppo Migros, sta curando anche il progetto sul riso sostenibile e considera quello Made in Italy punta di diamante del prodotto trasformato e venduto dalla Riseria Taverne. Anche se non è a chilometro zero, il riso che poi arriva sulle tavole svizzere, è frutto di un protocollo che osserva nei dettagli l’impegno per la riduzione dei gas serra entro il 2050, come previsto dall’Agenda Onu: e allora il cereale prelevato in Italia, poi venduto in Svizzera, raggiunge grande distribuzione, privati e ristoratori soprattutto via ferrovia, evitando il trasporto stradale su gomma.
24.03.2019


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