Reportage del Caffè tra i migranti respinti alla frontiera
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Da Chiasso a Como
viaggia la solidarietà
MAURO SPIGNESI


Tom e Karolina sono arrivati tre giorni fa da Zurigo. Hanno deciso che le loro vacanze le passeranno qui, nel parco della stazione di Como. Hanno piazzato una tenda, scaricato da un furgone una bombola di gas e un fornelletto da campeggio e hanno preparato cinque litri di tè. Poi hanno cominciato a distribuirlo in bicchieri di plastica. Davanti alla loro postazione in pochi minuti si è formata una lunga fila di migranti. Tom e Karolina fanno parte dell’associazione One Love e della piccola pattuglia di volontari italiani e svizzeri che da qualche tempo offre assistenza ai cinquecento profughi che stazionano a Como ormai da mesi. Senza indumenti, senza soldi, senza assistenza. Dormono sui prati, oppure dentro la stazione. Dal Ticino ogni mattina qui arrivano un gruppo di soci dell’associazione Firdaus. E offrono in media 500 pasti. Pavida, studentessa di Mendrisio, è una di loro. "Sono entrata nel gruppo spontaneamente - racconta - perché sentivo che era importante dare una mano a queste persone. Non è faticoso, e non lo ritengo un sacrificio. Né chiedo agli altri di fare questa scelta. Ognuno la pensa come vuole, io personalmente credo che sia necessario offrire un aiuto a chi è in difficoltà". I volontari di Firdaus, ta cui ci sono mamme, giovani ragazze e ragazzi e anche qualche pensionato, ogni mattina si trovano all’oratorio della parrocchia di Chiasso, in locali messi loro a disposizione. E cominciano a cucinare tutto ciò che viene loro portato dalle famiglie. Pasta, riso, frutta e verdura. "Sino ad oggi non ci è mai mancato nulla, la gente ha risposto bene", spiega Lisa Bosia, che coordina il lavoro del gruppo. Quando tutto è pronto da Chiasso parte una piccola carovana che si dirige verso la stazione di Como. Qui vengono distribuiti i pasti: un primo, un frutto e acqua. I profughi si mettono ordinatamente in fila in attesa del proprio turno, ringraziano e poi vanno a cercare uno spicchio d’ombra dove mangiare.  Dal Ticino sono giunte anche coperte per la notte. E sino ad ora, a parte i problemi logistici e le condizioni in cui queste persone sono costrette a vivere, non ci sono stati particolari problemi di ordine pubblico. "Cinquecento persone - aggiunge Bosia - si gestiscono. Il problema è, appunto, come". Molti di loro spiegano di non aver capito perché sono stati respinti alla frontiera e "riammessi" in Italia.  Alcuni non avevano i documenti in regola o non volevano chiedere asilo nella Confederazione ma proseguire per la Germania o il Belgio e i Paesi scandinavi. Ghirmay è uno di essi. Ha 19 anni, arriva da Asmara in Eritrea, e vuole raggiungere un luogo non lontano da Berlino, dove si trovano alcuni suoi parenti. "Ho provato a spiegarlo alle guardie - racconta - ma non c’è stato nulla da fare. Mi hanno restituito i documenti e mi hanno detto che non potevano farmi passare". A Chiasso, spiegano quasi tutti i gruppi di volontari presenti in questo che è diventato un autentico campo profughi alle porte della Svizzera, stanno applicando la legge alla lettera. Nessuna concessione, nessuno spiraglio. Chi non è in regola viene accompagnato a un pullmino della Caritas italiana che fa la spola tra la Dogana e la stazione di Como. Qui molti attendono qualche giorno e riprovano a passare. Senza successo. Oppure rientrano a Milano sperando di avere miglior fortuna. O, ancora, si convincono a chiedere asilo politico in Svizzera, vengono registrati e finiscono in uno dei centri della Confederazione.
I volontari da settimane hanno organizzato dei banchetti nel parco e nel bar della stazione e offrono assistenza, controllano la lista dei documenti, fanno traduzioni, spiegano le procedure. Tanti non hanno le idee chiare o gli è stato detto che potevano tranquillamente passare la frontiera per arrivare nel nord Europa. "Naturalmente non è così - spiega una ragazza della Caritas di Como – ma loro si sono illusi, o sono stati illusi, prima di partire".
Sul prato si sono formate le diverse comunità. Quella più ampia è quella eritrea, poi ci sono profughi che arrivano dalla Somalia, dall’Etiopia, dal Gambia, qualcuno dalla Nigeria, dallo Yemen e dall’Afghanistan. "Di notte dormono qui - dice un poliziotto indicando l’ingresso della stazione dove c’è una fila di buste e di zaini - ma quando finirà l’estate cosa succederà?". Sino a oggi la polizia e la Guardia di finanza italiana che controllano la situazione non hanno riscontrato particolari problemi di ordine pubblico. "I problemi - spiega Karolina di One Love - sono altri. Non c’è una toilette, neppure di quelle provvisorie. Gli uomini si arrangiano, vanno in stazione o nei bar della zona. Ma le donne? Per noi è più difficile. Qui ci sono mamme con bambini piccoli, ragazze incinte. È una situazione drammatica. Avevano detto che ci sarebbe stato un presidio medico, ma non c’è. È arrivata una ambulanza con personale sanitario, è rimasta qualche ora l’altro giorno e poi non l’abbiamo più vista". Quattro volontari della Croce rossa per qualche ora offrono assistenza e medicinali. "Poi nulla - racconta Fathima, giovane donna che arriva dall’Etiopia e vuole andare in Francia, dove già vive una sorella - a parte il cibo che la mattina ci portano le volontarie e la sera ci offre la Caritas nella sua mensa, non abbiamo altro".
Nell’attesa, alcuni gruppi della provincia di Como si alterano nel parco offrendo indumenti ma anche spettacoli. Come l’associazione culturale Il baule dei sogni, che con i suoi musicisti e animatori è arrivata qui e ha organizzato un concerto coinvolgendo anche i profughi. "Così - raccontano - li facciamo sentire meno soli".

mspignesi@caffe.ch
@maurospignesi
14.08.2016


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