L'analisi del climatologo Luca Mercalli
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È urgente arrivare
ad un'economia "pulita"
LUCA MERCALLI


A inizio novembre, alcuni decenni fa, la visita ai cimiteri avveniva tra nebbie, brine, alberi spogli. Sempre più di frequente siamo ora di fronte a soleggiati tepori in un paesaggio ancora più verde che giallo. Non usiamo più il cappotto invernale ma una giacca leggera. I dati confermano: la prima decade di novembre degli anni Duemila è di quasi un paio di gradi più calda rispetto alla statistica secolare precedente. Quest’anno poi le anomalie climatiche sono rilevanti: l’estate 2017 è stata la seconda più calda da oltre 200 anni nella pianura Padana e a sud delle Alpi (la prima resta quella del 2003) e il mese d’ottobre tra i primi cinque  più caldi e con un soleggiamento eccezionale: in Ticino a fine ottobre le temperature massime sfioravano i 25 gradi, anche se l’azzurro dei cieli era un po’ offuscato dallo smog in risalita dalla Lombardia.
A questo quadro di calori eccezionali, vero sintomo del riscaldamento globale in corso in tutte le stagioni, si è aggiunta la siccità: l’ottobre ticinese quasi non ha visto cadere una goccia d’acqua, ma le Alpi occidentali piemontesi vivono fin dai mesi estivi una delle più pesanti carenze idriche dell’ultimo secolo. I boschi, stressati dall’asciutto e dalle ondate di aria africana, sono diventati facili prede degli incendi appiccati dolosamente, così che nell’ultima settimana d’ottobre, invece di raccogliere i funghi, da Cuneo a Como ardeva una corona di fiamme fuori controllo. La valle di Susa è stata colpita da uno dei più gravi incendi della sua storia, nel bosco di pini del Rocciamelone, che ammantava il versante sud di una delle mete escursionistiche più frequentate delle Alpi. L’autunno è pure il periodo nel quale si fa il bilancio dell’andamento dei ghiacciai: inutile dire che è stato un anno di ritiro, con quasi un metro e mezzo di spessore di ghiaccio perso dal Gran Paradiso al Basodino.
Sono dati purtroppo non inattesi e coerenti con quanto da oltre trent’anni si scrive nei rapporti di evoluzione climatica dei centri di ricerca internazionali. E qui abbiamo parlato solo di Alpi, ma se apriamo lo sguardo all’intero pianeta, tra uragani Harvey su Houston, Irma e Maria su Florida e Caraibi, Ophelia sull’Europa atlantica, riduzione della banchisa artica e distacco in luglio del gigantesco iceberg da Larsen C in Antartide, di eventi estremi ne abbiamo a bizzeffe. Se dunque i cambiamenti climatici continuano a comunicarci l’urgenza di una transizione verso un’economia meno inquinante per evitare scenari che renderanno la Terra inospitale, la domanda che ci si pone ora è come sarà l’inverno. Una risposta affidabile tuttavia non è ancora possibile. Le attuali previsioni meteo forniscono dati attendibili solo su una finestra di una decina di giorni al massimo.
Anche se si stanno facendo progressi sulle previsioni stagionali, in termini di anomalia generica del tipo "stagione più piovosa o più calda della norma", si tratta per ora di informazioni sperimentali, non adatte a un uso pratico. Ovviamente tutti speriamo che nevichi!
05.11.2017


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