Contro la violenza gli avvocati chiedono dati condivisi
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'Troppi reati in famiglia,
manca coordinamento'
MAURO SPIGNESI


L’ultimo caso riguarda un uomo con due matrimoni alle spalle e una terza compagna. Dopo le prime nozze viene condannato per vie di fatto e minacce. Nelle seconde è nuovamente protagonista di casi di violenza familiare. E arriva un’altra condanna. L’uomo ha due figli e quando la sua vicenda finisce davanti all’Autorità di protezione, per decidere che rapporti deve avere con i suoi ragazzi, si scopre che l’ufficio è all’oscuro delle vicende legali. "E questo perché le diverse autorità penali e civili che si occupano di questo genere di reato spesso non si parlano. Non c’è un reale scambio di informazioni che - spiega Gianluca Padlina, vice presidente dell’Ordine degli avvocati - eviterebbe problemi di recidiva. Un fenomeno, questo, che mi pare sia piuttosto diffuso e che va affrontato con una decisione".
Contro la violenza domestica si è fatto e si sta facendo parecchio. A ottobre il Parlamento ha dato via libera alla modifica di legge consentendo l’allontanamento delle persone che picchiano o minacciano i familiari. Ora un ufficiale di polizia può decidere di mandarle via da casa, senza dovere chiedere poi al pretore (al quale si può fare ricorso) di confermare il provvedimento. Ed è al lavoro una commissione per rivedere l’intera ossatura della norma, naturalmente tenendo conto dei limiti legati alle competenze giuridiche cantonali in materia.
"Però, proprio per evitare la recidiva - spiega l’avvocato Michela Delcò Petralli - servirebbe una banca dati condivisa". Naturalmente con un preciso regolarmento sull’accesso ai dati conservati. "Resta tuttavia aperto il problema - aggiunge Delcò - dello scambio di informazioni tra autorità. Che tuttavia, mi rendo conto, pone un problema di segreto professionale e di tutela della privacy, obblighi che il legislatore ha introdotto nelle leggi proprio per offrire garanzie certe alle vittime". Ad esempio le diverse autorità cantonali di assistenza che si occupano delle donne (o dei pochi uomini) che hanno subito maltrattamenti o minacce, sono vincolate al segreto professionale.  "La raccolta e la trasmissione dei dati si potrà fare - spiega Marilena Fontaine, presidente del Gruppo di accompagnamento contro la violenza domestica - all’interno di una legge specifica cantonale. Ma serve una precisa e chiara base giuridica".
"È davvero complicato - spiega l’avvocato Nora Jardini Croci Torti, attiva nell’ambito del diritto del lavoro e della legge sulla parità dei sessi - conciliare le leggi sui diritti fondamentali della persona, come appunto la privacy, e le giuste esigenze di incidere di più contro la violenza familiare".
Possibile non si possa trovare una soluzione? "La privacy - aggiunge l’avvocato Padlina - è un problema vero. Ma si può superare. Quando si deve concedere un permesso a uno straniero nel suo dossier finiscono le notizie di polizia, degli uffici del fisco, del Comune e quelle della magistratura. Si cercano dati addirittura all’estero. Come mai lo stesso lavoro non si può fare per questi casi?".
In mancanza di informazioni i recidivi riescono a farla franca. "Anche perché, lo vedo dalla mia esperienza professionale, tante donne ci cascano. Perché all’inizio dei rapporti - spiega Michela Delcò - gli uomini sono gentili e premurosi. Poi, dopo il primo episodio di violenza, chiedono scusa. E arrivano a casa con un mazzo di fiori. Ma è solo il preludio ai guai. Guai veri".

mspignesi@caffe.ch
26.11.2017


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