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Viaggio del Caffè trai paesi tagliati fuori da Alptransit
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La valle Leventina
sul binario morto
ANDREA BERTAGNI E ANDREA STERN


Quanto ha perso la Leventina dopo l’apertura di Alptransit ? "Il 98%" tuona Mario Nadal, taxista di Airolo. "Prima trasportavo anche centinaia di persone al giorno, oggi ad Airolo non si ferma più nessuno. I treni passano sotto la montagna e i turisti pure". Seduto accanto a Mario Nadal, in un bar vicino alla stazione ferroviaria, c’è l’imprenditore Ari Lombardi, titolare del locale yogurtificio che esporta persino in Russia. "Ma non è vero che la valle è morta - sostiene -, la nostra economia non dipende unicamente dalla ferrovia. Noi continuiamo a lavorare, e bene". Questione di punti di vista. "Certo Ari, però bisogna riconoscere che molti posti di lavoro sono andati persi - ribatte Mario Nadal -. In stazione, ad esempio, una volta lavoravano 35 persone, oggi solamente due".
In una Leventina orfana dei treni diretti verso Zurigo o Basilea, l’autista di Airolo non è l’unico a mostrare una certa insofferenza nei confronti delle regie federali, come anche delle grandi aziende elvetiche, banche o catene di distribuzione che siano. "Abbiamo fatto una petizione per chiedere che al supermercato si vendessero anche prodotti per le persone intolleranti - spiega Emma Guscetti, casalinga -. Ne hanno introdotto qualcuno, ma poi li hanno subito tolti. Ci hanno detto che se avessimo voluto acquistarli avremmo potuto andare a Biasca". Mica dietro l’angolo. "Avvertiamo un certo disimpegno verso la nostra regione - aggiunge Emma Guscetti -. Peccato, perché ad Airolo si vive bene, abbiamo una bellissima natura. Ma se i servizi scompaiono è normale che la gente si sposti più a sud".
Bellinzona, Lugano, Locarno. Ma anche il nord delle Alpi. Sono queste le destinazioni di molti giovani leventinesi che lasciano la valle e non tornano più. "E con i nuovi orari dei treni fanno più fatica a tornare anche solo per il fine settimana - sottolinea Emma Guscetti -. I miei figli vivono in Svizzera tedesca e vengono qui in treno per non doversi sorbire le code in autostrada. Per loro il tragitto si è notevolmente allungato. O passano dalla linea di montagna, ma devono effettuare tre cambi, oppure vanno fino a Bellinzona e poi tornano indietro. Prima era molto più semplice". Nel mirino della casalinga ci sono anche i Tilo, ritenuti comodi per le città ma non adatti alla montagna. "L’inverno scorso mi è capitato di dover andare a Bellinzona dal medico - racconta -. Nevicava, i Tilo non funzionavano e ho dovuto prendere il bus. Ci ho messo tre ore".
Airolo si sente quindi più isolata rispetto all’epoca pre-Alptransit. Ma ci sono anche aspetti positivi. "In molti fanno notare che almeno così non si sentono più passare tutti quei treni - afferma Katya Wolfisberg, moglie del titolare dell’omonimo garage -. Fa strano, dopo decenni in cui abbiamo convissuto con il rumore della ferrovia". Al di là dell’aneddoto, Katya Wolfisberg non ritiene che la situazione economica sia peggiorata. "È cambiato il contesto, ma non per forza in negativo - sostiene -. La nostra è sempre stata una zona periferica. Forse una volta era più facile trovare un impiego nell’esercito o alle Ffs mentre oggi bisogna rimboccarsi le maniche". Ma il lavoro, a suo dire, c’è. "Piuttosto è il personale che manca - osserva -, noi facciamo fatica a trovare chi sia disposto a venire a lavorare qui. In tanti ci dicono che Airolo è troppo lontano, troppo isolato". Non così per la famiglia Wolfisberg, che in Leventina ci sta benissimo. "Non riuscirei mai a vivere in pianura" conclude la signora.
Così è anche per Fausto Piccoli. Insieme al figlio gestisce una macelleria a Piotta, una delle rare attività commerciali sopravissute in paese. Ad agosto la fortuna bacia Fausto Piccoli. La Nzz gli dedica una pagina intera, elogiando i suoi salumi. Che da allora sono gettonati più che mai. "Già il giorno stesso siamo stati subissati di chiamate - afferma - e continuiamo a riceverne ancora oggi. Non avevamo abbastanza scorte per soddisfare tutte le richieste, abbiamo dovuto raddoppiare la produzione". Fausto Piccoli scende in cantina, dove sta facendo stagionare prosciutti e salami. "Tutti questi sono già stati prenotati - spiega -. Non ho mai lavorato così tanto".
Poco distante Rita Gobbi, titolare di un ristorante dal lontano 1959, riconosce però che il movimento in valle è calato. "Mancano i lavoratori - sottolinea -, qui intorno gli esercizi pubblici hanno chiuso uno dopo l’altro. Ha chiuso la Posta, ha chiuso la banca. Non c’è più nulla, il nostro è un paese di vedove". Resta il traffico in transito. "Io ero favorevole ad Alptransit - nota Rita Gobbi - perché pensavo che avrebbe liberato almeno in parte la strada. Invece qui continuiamo ad avere auto e Tir che sfrecciano sulla cantonale per evitare le code al San Gottardo".
Più in giù, a Faido, il pensiero comune è invece che "Alptransit non ha cambiato niente". Il declino del paese ha radici ben più profonde. "Qui è difficile trovare lavoro - sostiene Ljubisava Ilic, aiuto cucina -, noi abbiamo la casa qui ma mio figlio vuole spostarsi a Bellinzona. Non conosco le ragioni di questa crisi, ma vedo che Faido è sempre più deserta. Se la sera dovessi cadere per terra, nessuno se ne accorgerebbe fino all’indomani". Eppure qualche attività in paese c’è ancora. Tra cui ben cinque pizzerie. Ma in una di queste i titolari spiegano di volersene andare. "Qui le autorità ti mettono sempre i bastoni tra le ruote - afferma Prisca Minoggio -, è difficile lavorare. Noi pensiamo di chiudere baracca e di trasferirci in Sardegna". Una scelta di vita. Ma c’è anche chi vuole continuare a lottare. "Noi abbiamo le nostre specialità, facciamo i nostri aperitivi - spiega Curzio Fogliani, titolare dello storico Pedrinis - e la gente continua ad arrivare". In effetti si nota un grande andirivieni. Forse anche perché il locale, rinnovato con stile, è uno dei pochi che si è adeguato ai tempi. "Probabilmente è vero che i turisti sono calati - aggiunge Fogliani -, ma spetta anche a noi esercenti cercare di proporci in modo attrattivo".
Un discorso condiviso da Giovanni Lavorato, che gestisce la vicina farmacia. "Faido non è mai stata e non sarà mai una grande destinazione turistica - afferma -. Ma è un paese molto carino con un vivace tessuto sociale". Lui arriva ogni giorno a Faido dal Malcantone, dove vive. Una sfacchinata. "Ma sono contento di essere qui - sostiene -, c’è un bell’ambiente e si lavora bene". Se poi ci sono colonne in autostrada, ancora meglio. "Molte persone di passaggio percorrono la cantonale e si fermano in paese - dice -. Mangiano, comprano qualcosa e magari passano anche in farmacia".
Più a sud, a Lavorgo, in paese non si trova nessuno. All’entrata di Giornico invece si nota un esercizio pubblico aperto, il ristorante Turista. All’interno del quale ci sono tre visitatrici di passaggio che hanno tutta l’aria di essere operatrici del sesso. La barista non vuole farsi fotografare ma si esprime volentieri sull’andamento degli affari. "Quando c’era il cantiere di Alptransit ovviamente c’era più movimento - dice -, ma qui il lavoro non manca mai. Non parlerei di crisi". Il viaggio prosegue con tappa a Bodio. Anche qui un’esercente sostiene che l’attività che resiste più di tutte è quella a luci rosse. "Ci sono tre o quattro bordelli in paese, mi sembra di capire che c’è lavoro per tutti - afferma Graziella Tedeschi, del ristorante Stazione -. Per il resto è una desolazione, la situazione è grama. Ai tempi c’erano addirittura 17 ristoranti, oggi ne restano quattro. Ma noi vogliamo continuare a credere nel potenziale di questo paese. Io ho ripreso questo esercizio pubblico nell’agosto scorso e se l’ho fatto è perché penso che Bodio abbia un futuro". Un aiuto, aggiunge, potrebbe arrivare dalle Ffs. "Se spostassero qui le officine, ne trarrebbe beneficio l’intera regione - sostiene -. Sarebbe una scelta che permetterebbe di ridare vigore a una realtà che ha sofferto molto della crisi industriale negli anni Ottanta e Novanta".
Ma l’ex regia federale guarda più a sud, a Castione. E ancora una volta Bodio si sente dimenticato. "Hanno fatto morire il paese - sostiene Antonina Parinello, gerente del chiosco della stazione -. Non so di chi siano le responsabilità, ma qui si sta spegnendo tutto. L’ufficio postale ha chiuso, la Coop ha chiuso e settimana scorsa è morto pure l’unico medico. Non ci resta più niente, per qualsiasi cosa siamo costretti a spostarci a Biasca". Eppure la stessa gerente del chiosco è un esempio della volontà degli abitanti di opporsi al lento declino di Bodio. "Mio marito ed io ci siamo trasferiti qui dalla Svizzera tedesca - racconta -, perché ci piace il paesaggio di questa regione. Non volendo starmene con le mani in mano ho ripreso questo chiosco, che era chiuso da anni". Chiuso come lo era anche la stazione ferroviaria, che ha riaperto i battenti nel dicembre scorso. "È stata una boccata d’ossigeno per il paese - afferma Antonina Parinello -, per una volta una novità positiva". Per i pendolari del paese, ma anche per chi a Bodio ci viene per lavorare. "Io continuo a usare il bus perché ho una fermata vicino a casa mia - spiega Alex Pellanda, apprendista polimeccanico -, ma per molti miei colleghi il ritorno dei treni a Bodio ha permesso di accorciare notevolmente la durata del tragitto".
Felice per la riapertura della stazione è anche Cristina Gigliotti, in arte "Magica Cristina", cartomante. "È bello che qui sia tornata un po’ di vita - dice mentre acquista dei dolciumi al chiosco per sua figlia -, perché per il resto Bodio è solo una desolazione. Non c’è più niente, ci sentiamo cittadini di serie B". Magica Cristina sostiene di avere clienti in tutto il cantone. Ma nonostante le sue arti divinatorie non si sbilancia sul futuro della Leventina. "Che ne so? - afferma -. Noi teniamo duro ma per tornare ai fasti che furono occorrerà anche essere sostenuti dall’esterno".

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14.10.2018


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