Il giovane eritreo 'sequestrato' in un centro gestito da Argo
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"Schiaffi e manette
dagli agenti di polizia"
LILLO ALAIMO E LIBERO D'AGOSTINO


Fra le pieghe di un episodio al centro delle accuse mosse a Marco Sansonetti, il responsabile operativo dell’agenzia di sicurezza Argo1 (vedi articolo qui accanto) si può leggere il dramma dei profughi che dopo anni, sì, anni di calvario dal loro Paese arrivano in Svizzera. Ma si possono leggere anche le difficoltà con cui sono confrontati la polizia e gli agenti di sicurezza nei Centri di accoglienza. Situazioni che stanno in equilibrio con difficoltà tra una… forse non adeguata preparazione e norme di comportamento non sempre e del tutto chiare.
L’accusa di sequestro di persona aggravato e abuso di autorità sono i reati che più infastidiscono oggi Sansonetti. "I fatti - dice - sono stati ampiamente chiariti sin dai primi giorni. Le stesse accuse sono state mosse anche a tre agenti della ‘cantonale’, un sergente maggiore capo, un appuntato e un gendarme. Ma a finire in carcere sono stato solo io. E sono ancora in attesa della fine dell’inchiesta". Il responsabile operativo di Argo1 torna con la memoria e con le carte al 21 gennaio 2017. Un mese prima il blitz della polizia che, anche con altre accuse, revocò l’autorizzazione alla società di sicurezza. "È forse questo episodio, più di altri - ragiona oggi Sansonetti con il Caffè -, che a mio avviso potrebbe far pensare che io sia stato vittima di un complotto". Un complotto, dice chiaramente Sansonetti, affinché lui e l’agenzia scomparissero dai Centri migranti che allora gestivano.
Il 21 gennaio 2017, attorno alle 18.30, il proprietario di una stalla a Camorino chiama la polizia cantonale. Nella sua proprietà ci sono due giovani profughi, sono neri di pelle quindi per l’uomo non possono essere che ospiti del Centro di accoglienza che è lì vicino. Interviene una pattuglia e nel frattempo uno dei due ragazzi fugge attraverso i campi.
Lattine e bottiglie di birra. Il ragazzo, un eritreo di 17 anni, è visibilmente ubriaco. I poliziotti della "cantonale" lo portano al Centro asilanti di  Camorino dove in quel momento erano di turno tre agenti. Passano pochi minuti e il ragazzo va in escandescenze. Prende un tavolino e lo getta a terra. Gli uomini di Argo1 non possono fare altro, questo prevede il regolamento, che richiamare la "cantonale". I poliziotti ritornano, ammanettano il ragazzo e lo portano in Gendarmeria. Cercano di fargli l’alcol test. Tutto inutile perché il ragazzo è ancora troppo agitato.  
A chi lo interrogherà un mese dopo i fatti, racconterà di un poliziotto che nel tentativo di bloccarlo e calmarlo gli ha dato due o tre sberle. L’eritreo era molto agitato. Alla Gendarmeria di Camorino, spiegherà alla magistratura il sergente maggiore capo, quella sera non c’era personale a sufficienza per poter sorvegliare il ragazzo. Decide allora di far riaccompagnare il ragazzo al Centro, pochi metri a piedi. Ed è qui, saranno state quasi le 20.30, che gli agenti di Argo1 dopo aver parlato con la polizia chiamano il responsabile operativo dell’agenzia. Marco Sansonetti è nel Sottoceneri. Il ragazzo intanto è ancora ammanettato e tenuto a terra dai poliziotti, forse più agitato di prima…
Pochi minuti dopo arriva il braccio destro di Sansonetti. Non era di turno, era stato chiamato dai colleghi. Poco dopo le telecamere di sicurezza esterne al Centro registrano l’arrivo di Sansonetti. Parla con i poliziotti e al telefono con il sergente maggiore capo. I poliziotti ammanettano il ragazzo alla doccia.  "Ho fatto presente che di quell’ammanettamento io non mi sarei assunto alcuna responsabilità". Fin qui il racconto di Sansonetti messo agli atti.
Attorno alle 21.30 i poliziotti se ne vanno dopo aver consegnato le chiavi delle manette a Sansonetti che le affida al capo turno di Argo1. Così, per sicurezza, magari per un’emergenza, come avevano detto i due agenti della ‘cantonale’, i quali avevano anche assicurato che una pattuglia sarebbe ritornata dopo qualche ora per liberare il ragazzo.
Nell’ora successiva, un’ora e un quarto per la precisione, si consumano fatti che Sansonetti oggi contesta con determinazione. "Sì, è vero, mi sono seduto all’ingresso del locale delle docce e ho parlato con il ragazzo che continuava ad agitarsi e urlare e ho cercato di tranquillizzarlo. Era ancora ubriaco. Ed è vero, ho riempito d’acqua un bicchiere di plastica e quando gliel’ho avvicinato alla bocca perché si dissetasse lui gli ha dato una testata. L’acqua si è rovesciata a terra, come lo stesso ragazzo ha detto a verbale".
A questo punto le dichiarazioni si attorcigliano. C’è chi non ha visto, chi racconta per sentito dire… Come il superteste Mario Morini. Un agente Argo1 che quella sera non era a Camorino, ma che qualche settimana dopo, il 10 febbraio, andando in magistratura a denunciare le condizioni di lavoro nell’agenzia, raccontò per la prima volta l’episodio del giovane eritreo. E fece mettere agli atti una fotografia. Era stata scattata con un cellulare dal braccio destro di Sansonetti. Si vede quest’ultimo di spalle a qualche metro di distanza dalla doccia dove è ammanettato il ragazzo. Sansonetti è lì, all’ingresso del locale, con le mani incrociate dietro la schiena.
Dice oggi l’ex responsabile operativo di Argo1: "Perché quella fotografia, cosa dimostra? L’agente che l’ha scattata dice che lo ha fatto perché i miei pantaloni erano curiosi. Ma se il motivo era solo questo perché dare quella foto a Morini e perché metterla agli atti? Non dimostra nulla… se non il fatto che si sia cercato di costruire, anche speculando su questo episodio, indizi contro di me. Quella sera un altro agente registrò un file audio dove si sente il giovane eritreo lamentarsi. E per altro in quel momento io ero già andato via. Anche questa registrazione è finita agli atti".
Sansonetti se ne va dal Centro dopo poco più di un’ora. Il ragazzo è ancora ammanettato e lo resterà fin verso le 3.30, quando una pattuglia della "cantonale" arriverà al Centro e lo libererà.
"Ecco, questo è quanto avvenuto. Nei verbali ci sono contraddizioni e racconti per sentito dire - dice Sansonetti -. Ma soprattutto, è stato ampiamente verbalizzato e dimostrato, che a prendere la decisione di ammanettare il ragazzo alla doccia è stata la polizia cantonale e non certo io e i miei agenti che non eravamo nemmeno dotati di manette. Ed è stata loro, come dimostrano tutte le carte, la decisione di lasciarlo ammanettato e di consegnarci le chiavi da utilizzare solo in caso di emergenza. Ed è sempre stata solo e soltanto la ‘cantonale’ a tornare al Centro e a liberare il ragazzo. Come d’altra parte avevano preannunciato prima di andarsene. Fatto è però che per questo episodio in carcere sono finito solo io".
Ecco. Ecco qual è la vicenda che ha determinato le gravi accuse per Sansonetti, ma anche per i tre poliziotti tuttora sotto inchiesta. Una vicenda che racconta la difficoltà di gestire l’accoglianza dei profughi. Forse soprattutto quando si tratta di minorenni.
28.10.2018


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