L'uscita del regno Unito dall'Ue e le insidie del futuro
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La Brexit un divorzio
che non avrà vincitori
LORETTA NAPOLEONI


La Brexit è una scissione politica e chiunque abbia divorziato sa bene che non importa quanto "amichevole" la separazione possa sembrare. È sempre dolorosa ed il modo in cui si completa è imprevedibile. In parte tutto ciò è dovuto al fatto che il divorzio è un lungo processo durante il quale tutto può accadere, le parti in causa possono diventare vendicative, gli avvocati possono influire sulla psicologia dei clienti e convincerli a cercare di concedere il meno possibile o a pretendere molto di più. Ma soprattutto l’imprevedibilità di ogni divorzio è dovuta al fatto che si tratta di un fallimento e nessuno sa gestirlo bene. Sotto questo aspetto la Brexit non è diversa.
Da giugno 2016, il mondo ha assistito a una delle divisioni politiche più aspre tra una coppia molto arrabbiata e di alto profilo: il Regno Unito e l’Unione europea. Fingendo di comportarsi in modo responsabile, ma agendo emotivamente ed volte anche irrazionalmente, Londra e Bruxelles hanno ignorato l’impatto traumatico che la separazione sta avendo sulla popolazione britannica ed europea e invece hanno litigato incessantemente sugli aspetti finanziari del loro divorzio. Risentita per la perdita di un contribuente netto al bilancio dell’Ue, la Commissione europea ha insistito che il Regno Unito continuasse a pagare parte dei suoi contributi per diversi anni dopo il 29 marzo 2019, giorno in cui lascerà l’Unione europea; respingendo la sudditanza finanziaria da Bruxelles, diversi ministri britannici hanno denunciato come inaccettabile l’accordo che il primo ministro, Theresa May, ha firmato, hanno rassegnato le dimissioni e persino tentato di allontanarla dal potere. Sopravvissuta a malapena alla crisi politica in casa propria, a dicembre il primo ministro non è riuscita a negoziare con l’Ue un accordo migliore, un risultato che l’ha indebolita a meno di tre mesi dalla Brexit.
Come nella maggior parte dei divorzi, almeno nel breve periodo, la scissione ha conseguenze finanziarie negative su entrambi i partner. Su entrambe le sponde della Manica, le filiere si stanno già rompendo nel settore manifatturiero, aziende britanniche ed europee utilizzano sempre più fornitori ed appaltatori nazionali. Nel Regno Unito, la produzione per l’esportazione è scesa del 23% a novembre 2018 rispetto a un anno prima, ma la flessione della produzione per il mercato interno è stata del 2%. Più preoccupante è la diminuzione degli investimenti delle imprese durante i primi tre trimestri del 2018 in un momento di quasi piena occupazione nel Regno Unito, quando dunque la crescita a due cifre dovrebbe essere considerata normale. Ed ancora, alla fine del terzo trimestre del 2018, le spese in conto capitale delle società britanniche sono scese dell’1,8 per cento in termini reali rispetto all’anno precedente, tutto ciò fa pensare che le imprese rispondono all’incertezza causata dalla Brexit limitando gli investimenti immobiliari, in impianti e attrezzature.
Poiché il divorzio è un fallimento, nessun accordo può trasformarlo in un successo. Quello della Brexit negoziato da Theresa May non è diverso. L’accordo stabilisce prezzo della libertà per la Gran Bretagna tra 40 e 60 miliardi di euro e vincola il Paese alle norme dell’Ue almeno fino alla fine del 2020 e forse anche fino alla fine del 2022. Inoltre, i diritti dei cittadini europei residenti nel Regno Unito verranno mantenuti. Come una coppia divorziata con figli ha bisogno di negoziare come gestirli così il Regno Unito e l’Ue devono trovare un modo, un quadro per cooperare dopo la separazione per il bene della loro gente e delle loro economie.
13.01.2019


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