Alle radici delle proteste indipendentiste contro Pechino
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A Hong Kong la rivolta
che cambierà la Cina
LORETTA NAPOLEONI


All’inizio di agosto l’aeroporto di Hong Kong è semideserto. I turisti che in questo mese di vacanze sono soliti visitare la città quest’anno hanno deciso di disertarla a causa della tensione con Pechino e gli scioperi, i primi in più di dieci anni, hanno costretto le linee aeree a cancellare centinaia di voli. La tensione è palpabile appena si atterra. Dentro il terminal si intravedono poliziotti e soldati osservare chi arriva e chi parte, sono disposti lungo i corridoi, lontano dal flusso dei passeggeri, ma c’è così poca gente che è impossibile non notarli.
Dai finestrini del treno che congiunge l’aeroporto alla città si intravedono i grattacieli lavati da una pioggia torrenziale tropicale. Tutto sembra normale ma lungo i canyon di cemento che li separano da settimane la gente marcia contro le decisioni di Pechino. Nel distretto centrale, il cuore della città, ormai c’è un muro umano permanente di dimostrati. Non è possibile attraversarlo, a stento si riesce a muoversi. Hong Kong, la città degli affari, con i prezzi dell’immobiliare più alti al mondo è una polveriera che potrebbe esplodere da un momento all’altro.
La crisi di Hong Kong è l’evento più drammatico e pericoloso che l’attuale leadership cinese si trova ad affrontare. Potrebbe diventare la prova del nove del sistema misto cinese, il test della sua adattabilità e flessibilità in un mondo in constante cambiamento che richiede leadership più che forti illuminate. Se la crisi non rientra e le richieste dei manifestanti non vengono accettate, allora le ripercussioni si faranno sentire in tutta la Cina, l’immagine internazionale della nuova nazione, il capi-comunismo dove chiunque può diventare ricco, un fotomontaggio pazientemente costruito dalla leadership cinese negli ultimi due decenni per cancellare anche i ricordi delle atrocità del regime comunista, andrà in frantumi. Ma se Xi Jinpin riesce a risolverla pacificamente allora passerà alla storia come un super-eroe politico.
A nessuno conviene schiacciare le manifestazioni di Hong Kong come furono represse le proteste di Piazza Tienanmen. Nè a Pechino nè ad Hong Kong. Da quando la Cina ha iniziato le sue riforme economiche all’inizio degli anni Ottanta - e in particolare dopo il passaggio di consegne da parte del Regno Unito al controllo cinese - Hong Kong è stata un canale vitale di accesso commerciale, finanziario ed economico per e verso il mondo. A riprova la formula "un Paese, due sistemi", con la quale Pechino ha garantito a Hong Kong 50 anni di autonomia politica e giuridica dopo la consegna del 1997.
Ma non basta, Hong Kong è importante per soddisfare le aspirazioni di Pechino di riprendere il controllo su Taiwan, che considera una provincia rinnegata. L’indipendenza e neutralità di Hong Kong ne fa il forum ideale per riunire aziende e investitori di sistemi molto diversi che altrimenti non potrebbero fidarsi reciprocamente gli uni degli altri.
Allora perché questa crisi? La risposta sembra essere meno complessa di quanto si pensi. La leadership cinese ha commesso un errore, un gravissimo errore, ha sottovalutato lo spirito di indipendenza della città ed adesso non sa come reagire. Teme che facendo concessioni ai manifestanti comprometta la propria immagine in patria, che si infrangano altri equilibri politici all’interno della Cina.
Allo stesso tempo la repressione militare scatenerebbe un’ondata di critiche a livello internazionale e non è detto che diventi la miccia per altre proteste. Una situazione davvero critica, dunque, che richiede una leadership illuminate, intelligente e carismatica.
11.08.2019


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