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Una sesta denuncia nel caso del neurochirurgo indagato
'Altro che lombalgia!
Avevo 3 vertebre rotte'
PATRIZIA GUENZI


Una lombalgia. È la diagnosi che C.B., una 76enne del Sottoceneri, si sente comunicare dopo un breve colloquio, un piegamento in avanti e due dita premute sopra la vita, dal neurochirurgo della clinica Ars Medica sotto inchiesta. Un comunissimo mal di schiena che coinvolge i muscoli e le ossa. In realtà c’erano tre vertebre fratturate. Eppure C.B. gli avrebbe riferito di soffrire di osteoporosi. Lo scorso 15 agosto, dopo il primo servizio del Caffè, C.B. segnala alla procura, con copia al Medico cantonale e alla cassa malati, "un modus operandi del medico carente in misura grave dal punto di vista deontologico, anche al di fuori della sala operatoria, che mi ha causato un danno". Segnalazione che trasforma in denuncia il 27 agosto: "Ritengo doveroso denunciare questo neurochirurgo - scrive C.B. alla procuratrice Marisa Alfier che ha in mano l’incartamento relativo al neurochirurgo -, tanto più che negli ultimi giorni attorno a fatti segnalati ha cominciato a salire la nebbia di dichiarazioni di stimati avvocati, che rischia di prolungare oltre ogni ragionevole termine il raggiungimento della verità, pur nei limiti in cui questo è umanamente possibile". Non solo. C.B., nella sua segnalazione, solleva pure interrogativi sulla fatturazione.
Una denuncia molto circostanziata quella della signora 76enne, in cui racconta passo passo la sua esperienza. Dall’inizio dei dolori, lo scorso 29 dicembre, che la donna giustifica con un’osteoporosi di cui soffre, alla visita del 15 gennaio con lo specialista in questione, "scelto per il suo curriculum su Internet", sino alla tragica scoperta: tre vertebre fratturate. E questo grazie ad una semplice radiografia che le fa un medico del pronto soccorso dell’Ars medica dove C.B. si presenta il 22 marzo in preda a dolori insopportabili. Incapace di aspettare il 25 marzo, data del secondo appuntamento con il neurochirurgo, che, racconta la donna, "mi accoglie dicendomi in tono aggressivo che quando ero andata da lui non avevo niente. Mi rimprovera di essermi recata al Pronto soccorso dell’Ars Medica creando confusione e sottolinea che i suoi pazienti li riceve nel suo studio medico di Lugano. Decide però di sottopormi a una risonanza magnetica, all’Ars Medica. Sulla base dei risultati assume un tono catastrofico, parla di osteoporosi galoppante e mi presenta scenari molto gravi (paralisi, infezioni…). Mi prescrive un corsetto, che ritiro il pomeriggio stesso, da portare per tre mesi".
Intanto, il medico di famiglia di C.B., da cui è in cura per l’osteoporosi, la sottopone ad analisi di routine i cui risultati la donna vuole condividere con il neurochirurgo. Lo cerca più volte al telefono. "Quando mi richiama è molto aggressivo, ribadisce con durezza che devo portare il corsetto per tre mesi, di giorno sì e la notte no, non dà nessun’altra indicazione (il fornitore mi aveva invece detto che andava regolato, anche per questo lo cercavo). Si rifiuta di dare la benché minima indicazione per la cura dell’osteoporosi, non è specialista. Capisco, anche se non lo dice in modo esplicito, che non vuole più occuparsi del mio caso".
C.B. lo scorso 14 giugno ha richiesto allo studio del neurochirurgo copia delle sue fatture trasmesse alla cassa malati. Leggendole attentamente si pone qualche interrogativo, che riporta nella sua denuncia inviata alla procuratrice Alfier.
pguenzi@caffe.ch
01.09.2019


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