Un anziano protagonista dello "scandalo contagio"
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"Ho contratto l'epatite
e aspetto da sei anni"
PATRIZIA GUENZI


In questi sei anni l’unica cosa certa è che ho perso la salute. Ho una cirrosi epatica. La mia vita è cambiata, come dire?, è una vita a metà". Rabbia, amarezza e sconforto nella voce di Fabio, all’epoca 72enne, il primo paziente ad essere contagiato dopo che un infermiere del Civico di Lugano aveva infettato il liquido di contrasto per la  cardio Tac, prelevando due volte dalla sacca multiuso con una siringa mentre stava manipolando un uomo malato, a sua insaputa, da epatite C. Era il 19 dicembre 2013. "Mi avevano garantito aiuto, conforto, un sostegno psicologico... ancora aspetto. Mi sono sentito solo e abbandonato", si sfoga Fabio, nome di fantasia per raccontare una vicenda reale che all’epoca aveva suscitato ampia eco, definita non per niente lo "scandalo contagio". "Noi abbiamo offerto un supporto psicologico, se poi qualcuno ha rinunciato...", taglia corto il direttore generale dell’Ente ospedaliero (Eoc), Giorgio Pellanda.
Tornando a quel 19 dicembre, durante la preparazione per una cardio Tac tre pazienti furono contagiati da epatite C (inizialmente quattro, ma uno è guarito spontaneamente). L’infermiere del Civico, responsabile dell’errata manipolazione, non fu mai identificato. Una lunga indagine interna non portò a nulla, anche perché non c’era nessuna tracciabilità di chi aveva fatto cosa quel giorno. L’Ente si assunse la responsabilità e Giorgio Pellanda finì sul banco degli imputati. Un primo processo, poi annullato, e un secondo, con la ricusa del giudice da parte del legale dell’Ente che ora aspetta le motivazioni della sentenza (60mila franchi la condanna all’Eoc) per decidere se fare appello. "Di chi è la responsabilità non mi importa granché - riprende Fabio -. Vorrei solo che l’ospedale si fosse comportato con maggior professionalità, meno indifferenza. Provate a mettervi nei miei panni! Da un giorno all’altro mi sono ritrovato gravemente malato".
Ancora se lo ricorda quel giorno. Era il febbraio del 2014. L’avevano chiamato dall’ospedale per un appuntamento. "Entro in questa sala enorme e ci sono almeno quindici persone. Ero spaventato, non capivo. Poi mi hanno spiegato cosa era successo, garantendomi, più volte, tutto il supporto necessario. Purtroppo solo a parole".
E Fabio ritorna col pensiero a quel maledetto 19 dicembre di sei anni fa. "Ricordo un gran caos in quel locale del Civico dove un operatore sanitario mi stava preparando per la cardio Tac - dice -. C’erano alcune giovani infermiere sedute sulle scrivanie che ridevano e parlavano a volce alta. Era quasi Natale e raccontavano dove sarebbero andate in vacanza. L’operatore sanitario sembrava dare più retta a loro che prestare attenzione a ciò che stava facendo".
Oggi il fegato di Fabio è compromesso. "Mi hanno diagnosticato una cirrosi epatica stadio 3 su 4, una conseguenza dell’epatite C. Sono legato ad una dieta molto rigida. Sono dimagrito oltre dieci chili. Una sofferenza per me ma anche per tutta la mia famiglia. Per non parlare dei soldi spesi per l’avvocato. Il risultato? Ancora aspetto le scuse dell’Ente". E solo a processo terminato i pazienti potranno avanzare la loro pretesa di indennizzo.
p.g.
06.10.2019


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