Analisi dopo una sentenza pietra miliare per il giornalismo
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Il diritto dei cittadini
a una stampa libera
LILLO ALAIMO


Questa sentenza rappresenta per il giornalismo, quantomeno qui in Svizzera, una sorta di pietra miliare. Un punto fermo che ribadisce e sottolinea, e questa volta lasciando una traccia indelebile fra norme e codici, il diritto dei cittadini di essere informati da una stampa libera, indipendente da ogni condizionamento. La sentenza di cui parliamo è quella emessa nel maggio dello scorso anno dal giudice Siro Quadri e che da qualche giorno è diventata definitiva.
Ciò che il giudice ha deciso e sentenziato - assolvendo quattro giornalisti del Caffè per l’inchiesta su un tragico errore avvenuto nel 2014 nella clinica Sant’Anna di Sorengo - chiarisce il perimetro, i percorsi entro cui la stampa ha il diritto e soprattutto il dovere di svolgere il proprio lavoro. La sentenza di un anno e mezzo fa è un invito, uno sprone per i giornalisti ad operare cercando sempre e comunque la verità dei fatti, al di là delle versioni ufficiali. E nel contempo, quella sentenza, è un invito ai cittadini a pretendere un’informazione capace di andare oltre quei fatti e quelle realtà che i poteri hanno interesse a raccontare... volutamente ignorando la "vera verità".
Il giudice Siro Quadri in più punti delle 65 pagine della sentenza ha posto l’accento sui metodi di inchiesta del Caffè che, a suo dire e alla luce delle norme dei codici svizzeri ed europei, devono costituire il classico e doveroso tragitto di un approfondimento giornalistico. "A fronte degli accertamenti preliminarmente esperiti dal Caffè - scrive il giudice -, negare ai suoi giornalisti la possibilità di sollevare ragionevoli e legittime riserve in merito all’operato della clinica nel suo complesso appare in concreto ingiustificatamente lesivo delle garanzie e della libertà riconosciute alla stampa dal nostro ordinamento costituzionale". Nel caso in questione l’oggetto dei servizi giornalistici era una clinica, ma avrebbe potuto essere una banca, un partito, una qualsiasi istituzione pubblica o una qualsiasi società o impresa privata. Negare all’informazione il diritto di indagare, di porre interrogativi (anche ripetutamente), vuol dire oscurare ai cittadini una libertà fondamentale: la conoscenza. Il motto del Washington Post da sempre è… "la democrazia muore nelle tenebre". Quello scritto sotto la testata del Caffè è simile. Ha la stessa essenza: "Non c’è democrazia senza una stampa libera".   
Il Caffè, ha ricordato il giudice Quadri, non ha sentenziato verdetti, piuttosto ha sottoposto al lettore degli interrogativi su determinati aspetti, scoperti grazie ad una minuziosa inchiesta giornalistica. Un’inchiesta a 360 gradi che ha coinvolto i diretti interessati. Il Caffè ha dimostrato di non voler a tutti i costi portare alla luce uno scandalo, bensì di avere quale principale obiettivo la ricerca della verità e il commento critico dei fatti venuti alla luce.
Ecco, ecco che cosa il giornalismo deve fare nell’era in cui l’informazione spicciola arriva nelle nostre tasche attraverso uno smartphone 24 ore su 24. Un compito da svolgere sia sui canali tradizionali - che a nostro avviso non moriranno mai, ma certo si trasformeranno - sia sui nuovi mezzi di comunicazione. Il giornalismo va, deve andare oltre l’informazione "real time" e, soprattutto, oltre quel semplice e comodo… riferire l’ufficialità dei fatti proposta dal potere. Cioè i Palazzi.
C’è un meccanismo che nei Paesi anglosassoni è definito della "responsabilità". "Accountability". E cioè.
Sono due i sistemi di controllo democratico: il potere giudiziario e quello della stampa. Entrambi si controllano a vicenda. Il "meccanismo della responsabilità" fa in modo che dinanzi ad un fatto la stampa indaghi sulle responsabilità dei protagonisti. Sia essi abbiano ruoli pubblici o privati, ma le cui azioni hanno ripercussioni nella sfera pubblica.
Il lavoro della stampa avviene indipendentemente da eventuali inchieste penali e civili. I protagonisti dei fatti sono quindi chiamati dalla stampa a rispondere del loro agire - che, ripetiamo, può non avere rilevanza penale o civile secondo i codici - di fronte all’opinione pubblica. Questo sistema, il meccanismo della "responsabilità"cioè, fa in modo che chi ha sbagliato, mentito, ingannato… venga posto di fronte al giudizio dell’opinione pubblica. E tutto ciò, sottolineiamo ancora una volta, oltre le eventuali conseguenze penali o civili. Oltre quelle conseguenze, possibili, previste dai codici.
La sentenza del giudice Siro Quadri, che per il Caffè arriva nell’anno del suo 25esimo di vita (21 anni come "domenicale"), alimenta la speranza di una stampa capace di svolgere il proprio dovere oltre il comodo "salotto" dell’informazione di servizio. Comoda per chi la produce, parziale e deleteria per chi chiede e ha diritto di conoscere ciò che veramente e di importante accade. Cioè i cittadini.
La stampa, ha detto il legale del Caffè - Luca Allidi - nel corso del processo Sant’Anna, va alla ricerca della verità dei fatti. La magistratura di eventuali responsabilità penali.
alaimo@caffe.ch
03.11.2019


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