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Inchiesta sulla banca che parla di "accuse ingiustificate"
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I conti del boss bulgaro
e i guai di Credit Suisse
FEDERICO FRANCHINI


Coca, soldi e un’importante banca svizzera. Una storia da film. Per raccontarla bisogna partire dal principale protagonista: Evelin Nikolov Banev, detto Brando, bulgaro, ex wrestler professionista, accusato di traffico di droga e riciclaggio in vari Paesi. Un uomo noto. Spesso sui giornali. La figlia Lara (allora aveva 10 anni) era stata rapita nel marzo 2013 e rilasciata quasi un mese dopo a Sofia. Perché? Allora si fecero solo ipotesi. In Italia, l’uomo è stato condannato - dopo un controverso iter giudiziario ricco di colpi di scena - per aver messo in piedi un’organizzazione specializzata nel traffico di tonnellate di cocaina in collaborazione con la ‘ndrangheta. Un’alleanza operativa tra gruppi criminali guidata da Banev, considerato il potente boss che gestiva un business milionario.
Nel 2008, a Berna giungono informazioni su come il denaro dell’organizzazione venisse riciclato in Svizzera: conti bancari sui quali far passare i soldi da investire in società e in immobili, soprattutto in Romandia. Scattata oltre dieci anni fa, l’inchiesta vede oggi dodici persone, tra cui lo stesso Banev, sospettate di riciclaggio e appartenenza ad un’organizzazione criminale.
La storia potrebbe finire qui. Una delle tante indagini per riciclaggio aperte in Svizzera e protrattasi nel tempo tanto da sembrare infinita. Ma in questa vicenda c’è un protagonista che per oltre dieci anni è sfuggito ai radar mediatici. Una banca, un’importante banca, la seconda della Svizzera, è infatti direttamente implicata nella vicenda. Credit Suisse è dal 2013 sotto inchiesta penale. È sospettata da parte del Ministero pubblico della Confederazione di non avere impedito il riciclaggio di denaro del clan guidato da quello che è stato soprannominato "il re della coca". Già nel 2009, una perquisizione a Zurigo ha permesso di scoprire che tra i clienti della banca vi erano le società di Banev e del suo emissario, Matey Boev. I conti erano amministrati da un’ex tennista professionista bulgara, responsabile all’epoca della clientela del suo Paese d’origine. L’ex sportiva finirà anche lei tra gli indagati, assieme ad un altro collega. Ma l’ex impiegata non ci sta a passare come la sola responsabile. A suo dire, la banca era stata informata del coinvolgimento di questi clienti in vicende giudiziarie poco chiare. Come si legge in alcune sentenze, i sui superiori sarebbero stati informati senza che - nemmeno dopo l’uccisione di un socio di Banev in Bulgaria - nessuno l’abbia mai spinta a cessare l’attività o a segnalare le relazioni sospette.
Contattata dal Caffé, la banca conferma di essere oggetto di una procedura penale, ma aggiunge che "respinge questa accusa ingiustificata". Una posizione, pubblicata anche nel terzo rapporto trimestrale 2019 nel quale, per la prima volta a sei anni dall’apertura, Credit Suisse commenta l’indagine. Una posizione (quella di respingere le accuse) che stride con quanto emerso in una sentenza pubblicata quest’estate dal Tribunale penale federale e nella quale si legge che la banca "ha riconosciuto i fatti e le infrazioni a suo carico e ha pertanto chiesto il diritto a essere giudicato tempestivamente, chiedendo l’esecuzione di una procedura semplificata".
Per questo, in giugno, l’inchiesta nei confronti della banca era stata disgiunta dall’inchiesta principale. Ci si sarebbe quindi dovuti aspettare un decreto d’accusa, ma da quanto trapelato l’istituto sarebbe tornato sui suoi passi.
08.12.2019


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