Il 12 dicembre i britannici alle urne... per la Brexit
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Saranno le elezioni
più populiste di sempre
ALESSANDRO CARLINI DA LONDRA


Comunque vadano a finire le elezioni politiche del Regno Unito il 12 dicembre, un fatto è già assodato: sono le più populiste che la storia britannica ricordi. Con un mix veramente unico di promesse elettorali, a destra come a sinistra, che si rivolgono più alla pancia del Paese che alla sua testa, e una serie di slogan capaci di ricordare ben altre realtà politiche, a partire da quella italiana. Mentre i Tories del premier Boris Johnson per restare al governo promettono una sorta di "prima i britannici", con controlli rigidissimi dei passaporti europei alla frontiera in stile Stati Uniti, un forte taglio dell’immigrazione e dei servizi pubblici per chi arriva dall’estero, dall’altra parte i Laburisti arrivano addirittura a dire di voler "abolire la povertà", ricorrendo a massicci investimenti nel welfare. Il convitato di pietra è sempre e comunque la Brexit, che aspetta il compimento a tre anni e più dal referendum del 2016.
Dovrebbero essere, almeno su questo dossier, le elezioni decisive, come sperano i media e gli esperti, ma non è detto, visti i precedenti balbettii dei governi conservatori. Boris ha il favore dei sondaggi, con diversi punti di scarto rispetto al Labour che deve inseguire e può solo sperare nell’opzione del cosiddetto ‘hung Parliament’, il Parlamento non in grado di esprimere una maggioranza assoluta. In quel caso, il leader Jeremy Corbyn potrebbe puntare a un governo di minoranza sostenuto da altri partiti, come i pro-Ue Snp (indipendentisti scozzesi) e i Libdem, e affrontare lo scoglio della Brexit, con nuovi rinvii, forse un secondo referendum, o una uscita "soft". I britannici sembrano preferire la soluzione Johnson, mettendo una pietra sul passato da membri dell’Ue. Ma le elezioni restano sempre un momento imprevedibile e lo prova quanto accaduto nel 2017, quando l’allora premier conservatrice Theresa May era sicura di passare all’incasso del voto contando sui sondaggi favorevoli. Non fu così. Questa volta i due maggiori partiti si affrontano mettendo in campo tutte le loro armi populiste.
Johnson annuncia baldanzoso di voler rilanciare l’economia, offre tagli fiscali, post-Brexit naturalmente, per milioni di famiglie, si dice pronto a iniettare miliardi di sterline per rilanciare l’economia nazionale. E picchia duro sull’immigrazione, in particolare dall’Unione, con controlli per entrare nel Regno Unito, con visto elettronico e passaporto obbligatorio, e controlli per restarci, per studenti, lavoratori e perfino turisti. Vuole, per "blindare" il Regno anche dopo il recente attacco terroristico di London Bridge, mettere in funzione il sistema Eta (Electronic Travel Authorisation), simile all’Esta in vigore per i visti d’accesso negli Stati Uniti, a partire dalla fine del periodo di transizione post Brexit, previsto per ora nel rispetto dello status quo sino al 31 dicembre 2020. E il Labour, preso fra le accuse di antisemitismo e le difficoltà interne, tenta di rilanciare. Promette riforme sociali e investimenti pubblici con l’obiettivo di ridurre le diseguaglianze crescenti e fare ben altro: "Noi vogliamo abolire la povertà una volta per tutte", ha tuonato il responsabile all’economia del partito, John McDonnell. Promesse e parole per un Paese che il 13 dicembre si sveglierà dovendo affrontare ancora tutti i suoi problemi di oggi.
08.12.2019


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