I cieli del Mediterraneo, teatro di lotte internazionali
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Scontri tra intelligence
e difesa russa in Libia
MARCO OLIMPIO


È la mattina del 20 novembre quando un velivolo a pilotaggio remoto, Predator B, dell’Aeronautica militare italiana (Ami) è in volo nei pressi della città libica di Tarhouna, in Tripolitania. I piloti e operatori del 32 Stormo scrutano gli schermi dalla loro base di Amendola a circa mille chilometri di distanza. All’improvviso, il contatto con l’aeromobile si interrompe e i comandi non rispondono.
Poco dopo spuntano in Rete delle foto pubblicate dalle milizie dell’Lna del generale ribelle Khalifa Haftar che mostreranno i resti del mezzo. La coccarda tricolore è ben visibile e i militanti libici ne rivendicano l’abbattimento. Secondo la versione dell’Ami invece, il Predator era impegnato in una missione a supporto dell’Operazione mare sicuro quando un guasto ne avrebbe causato la perdita del controllo. Tuttavia, la posizione dello schianto è significativa. Tarhouna è un importante snodo logistico per i guerriglieri dell’Lna, dal quale affluiscono i rifornimenti per l’offensiva su Tripoli.
Il giorno dopo invece toccherà ad un drone americano, abbattuto "per errore" secondo i portavoce di Haftar, uomo forte della Cireanica e avversario del governo di Tripoli (riconosciuto dall’Onu).
Per alcuni esperti, i due casi potrebbero indicare delle possibili nuove capacità "jamming" acquisite dalle unità del generale, ovvero nuovi equipaggiamenti capaci di disturbare il segnale tra velivoli senza pilota e i loro equipaggi, causando la loro perdita. Tra le ipotesi, quella che i sistemi possano essere stati forniti da Mosca, la quale li ha impiegati anche in Siria e Ucraina.
Gli episodi hanno riportato l’attenzione sulla guerra di intelligence che si sta svolgendo sopra i cieli della Libia. La presenza di un drone italiano non dovrebbe sorprendere. Infatti non è inusuale vedere le tracce (lasciate volutamente accese) di aerei italiani sul sito Flightradar24, impegnati in ricognizione sopra le coste nord africane. Alcuni sono dotati di sensori capaci di captare segnali elettronici come radar e comunicazioni, utili per il contrasto al traffico di esseri umani ma possibilmente anche per captare i movimenti sul terreno a distanza.
Oltre agli assetti italiani, sono presenti anche velivoli statunitensi come gli Ep-3E basati a Creta, o i droni Reaper e Global Hawk di stanza a Sigonella, schierati per il contrasto dello Stato Islamico. Infatti sono stati di fondamentale importanza durante l’offensiva contro i terroristi a Sirte e per scovare i loro nascondigli nel deserto. Non di rado la comparsa delle "sentinelle" volanti I è coincisa notizie di strike americani sul suolo libico.
Ad affollare ulteriormente lo spazio gli apparecchi turchi ed emiratini, spesso armati ed impiegati per attacchi di precisione. Ankara avrebbe venduto 20 droni di produzione nazionale Bayraktar TB2 alle milizie pro-Serraj (Gna) a difesa di Tripoli. Dall’altro lato invece Abu Dhabi ha dispiegato dei Wing Loong cinesi in supporto all’alleato Haftar, impegnato da mesi in un’offensiva che fatica ad andare avanti. Inoltre ad aprile i governativi Gna hanno pubblicato una foto di un piccolo drone di produzione russa distrutto sopra la città di Sirte.
I cieli del sud del Mediterraneo sono diventati un importante teatro di scontro internazionali, dove sviluppi locali hanno ricadute globali.
15.12.2019


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