Gli effetti dell'epidemia cinese sull'economia globale
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Il coronavirus brucia
1.500 miliardi di dollari
LORETTA NAPOLEONI


La risposta del governo cinese allo scoppio della nuova epidemia è stata blindare progressivamente il Paese al suo interno e al suo esterno. Impresa davvero non facile su un territorio grande come un continente dove vivono 1,4 miliardi di persone. La quasi fulminea e drastica reazione di Pechino all’epidemia ha sorpreso molti, in passato e in situazioni analoghe il regime cinese aveva cercato di nascondere le proprie responsabilità. È chiaro che la lezione della Sars è stata ben digerita. Scoppiata alla fine del 2002 e finalmente debellata nel luglio del 2003, la malattia virale mise in evidenza le carenze del sistema sanitario cinese ed i pericoli delle politiche di non cooperazione tra le nazioni di fronte a virus mortali oltre che altamente infettivi.
Questa volta però il corretto comportamento delle autorità cinesi potrebbe non bastare ad evitare conseguenze disastrose per la popolazione e per l’economia del Paese. L’epicentro dell’epidemia è la citta di Wuhan, sul fiume Yangtse, snodo di trasporto chiave per le merci che si spostano dall’interno della Cina verso la costa, nonché per il traffico commerciale tra il nord ed  il sud del Paese. Wuhan, è una megalopoli moderna, dove vivono 17 milioni di persone, ed è al centro delle catene di approvvigionamento panasiatiche per l’elettronica, i prodotti farmaceutici e le automobili. Settori chiave per l’economia cinese. È anche uno snodo fondamentale per il traffico aereo, ferroviario e fluviale delle persone.
Nella seconda metà di gennaio, i produttori di Wuhan si sono affrettati a inviare le spedizioni prima delle festività di Capodanno, e hanno fatto bene dal momento che ormai la città è blindata, niente e nessuno entra o esce. Il problema dell’approvvigionamento in tutta la Cina e anche in alcuni Paesi asiatici si porrà la prossima settimana, quando le fabbriche cinesi, inattive durante le tre settimane di vacanza del capodanno lunare, dovranno riaprire. A quel punto ci saranno merci sufficienti soltanto per una o due settimane di lavoro, poi la produzione dovrà fermarsi se non sono ripristinati gli approvvigionamenti.
Non sarà facile gestire il potenziale arresto dei trasporti e della produzione. La Cina oggi è già gravata dall’aumento del debito pubblico, il che significa che la capacità di compensazione di qualsiasi danno economico con tagli fiscali o aumento della spesa è difficilissima. Non bisogna poi dimenticare il ruolo dei consumi nell’economia cinese, decisamente più alto che nel 2003, una sua caduta dovuta all’epidemia ed alle politiche di contenimento deprimerebbero maggiormente il tasso di crescita. Anche l’impatto di un’interruzione di produzione sul resto del mondo è preoccupante. Oggi in percentuale il peso della Cina rispetto all’economia globale è doppio rispetto al 2003, e quindi una contrazione del Pil cinese avrebbe maggiori ripercussioni che nel 2003. Per ora le stime ci dicono che una pandemia potrebbe causare una perdita economica media annua dello 0,7 per cento del Pil globale, simile a quella verificatasi con la Sars.
Intanto i mercati esternalizzano la loro paura. Dal 20 gennaio, quando la borsa di Hong Kong è scesa a causa della notizia della potenziale epidemia, la caduta degli indici di borsa ha spazzato via più di 1.500 miliardi di dollari. Grazie alle vacanze per il capodanno cinese le perdite non sono state maggiori, ma alla ripresa la prossima settimana o alla mancata riapertura di alcun piazze allora sì, potremmo assistere a scene di panico in borsa simili a quelle della crisi dei mercato asiatici degli anni Novanta.
02.02.2020


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