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Con crisi e instabilità cresce il prezzo del metallo giallo
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L'amato lingotto d'oro
che non tradisce mai
LORETTA NAPOLEONI


L’oro è tornato di moda. Negli ultimi mesi la domanda è salita ed il prezzo è il 25 per cento più alto di un anno fa, così nel 2020 il metallo giallo è diventato uno degli investimenti di maggiore successo, una cuccagna per gli speculatori che da sempre lo scambiano.
Naturalmente il ritorno in auge dell’oro è legato a questioni politiche. In primis lo scoppio della pandemia e l’incertezza a questa legata. Ma il Covid-19 non è l’unico problema che abbiamo, altre crisi globali mettono a rischio la stabilità economica e politica tra cui le serie tensioni tra Cina ed India manifestatesi lungo il loro confine e che hanno prodotto il dispiegamento di truppe; l’ostilità della Corea del Nord nei confronti della Corea del Sud, che ha portato il regine di Kim Jong-un a far saltare in aria l’ufficio di collegamento tra i due paesi a Kaesong; le nuove leggi sulla sicurezza ad Hong Kong varate da Pechino e, naturalmente, l’acuirsi della guerra commerciale tra gli Stati Uniti e la Cina.
Date queste circostanze, il comportamento attuale dell’oro è perfettamente in linea con il ruolo di bene rifugio che da sempre ricopre. Negli anni Settanta, ad esempio, all’indomani della crisi petrolifera, la domanda di oro aumentò per paura dell’inflazione, che infatti travolse il mondo. Anche subito dopo il crollo della Lehman Brothers il prezzo del metallo iniziò un’ascesa epocale, guadagnò 1.200 dollari l’oncia fino a raggiungere nel 2011 il picco di 1.900 dollari. Anche allora il lingotto venne acquistato in difesa dell’inflazione, che a differenza degli anni Settanta colpì solo i beni immobili e quelli duraturi, i.e. dalle case alle tenute alle automobili.
Anche oggi a causa della politica dei soldi dall’elicottero, la paura vera è l’inflazione, ma il mercato dell’oro del 2020 è diverso da quello degli anni Settanta e Novanta perché’ si sta decentralizzando. Le nazioni che tradizionalmente hanno gestito i flussi dell’oro come la Svizzera, il Regno Unito e gli Stati Uniti, ne controllano una fetta sempre minore. Negli ultimi vent’anni, infatti, abbiamo assistito all’ascesa di nuovi Paesi, tutti ubicati nei cosiddetti mercati emergenti.
In India i lingotti più popolari sono quelli prodotti da Mks Pamp, società fondata dall’iracheno Mahmoud Kassem Shakarci, che opera da Istanbul. Msk Pamp è il più grande raffinatore e commerciante di mini lingotti al mondo. In Vietnam la Saigon Jewlery Company (Sjc) ne produce di simili che vengono scambiati lungo il confine con la Cina all’interno del fiorente commercio tra le due nazioni. L’oro è un mezzo di pagamento molto usato nei paesi emergenti.
Negli ultimi anni, Turchia e Vietnam hanno con successo penetrato il mercato del lingotto e consolidato la loro posizione. Il Vietnam è tra i primi tre Paesi al mondo che commerciano oro, con 60-70 tonnellate all’anno è solo dietro Tailandia e Indonesia con 80-90 tonnellate all’anno. Nel corso degli anni i vietnamiti hanno importato quasi 850 tonnellate di oro, per avere un’idea della quantità di cui si sta parlando basta dire che le riserve auree ufficiali del Regno Unito ammontano a circa 310 tonnellate.
La decentralizzazione dell’oro e l’uso che se ne fa nei mercati emergenti rendono il metallo giallo meno dipendente dall’altalena degli indici di borsa, ciò significa che le fluttuazioni dei prezzi futuri potrebbero essere inferiori a quelle viste negli anni passati, e questo potrebbe ridurre il fascino che l’oro da sempre esercita sugli speculatori.
27.06.2020


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