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La "pandemic fatique" a cui non ci si può arrendere
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Il rischio maggiore è avere
atteggiamenti fatalistici
ANTONINO MICHIENZI, DIVULGATORE SCIENTIFICO


Il prossimo 4 gennaio sarà trascorso un anno da quando l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha annunciato con un tweet di essere venuta a conoscenza di un focolaio di polmoniti nella città di Wuhan, in Cina. Quel focolaio diventerà di lì a poco un incendio che si diffonderà al mondo intero cambiando drasticamente le nostre vite.
In questo anno abbiamo fatto cose che non avremmo mai immaginato di fare, ci siamo sottoposti a restrizioni che non avremmo mai pensato di accettare, abbiamo avuto paura per qualcosa che credevamo fosse ormai consegnata ai libri di storia. Abbiamo cambiato le nostre abitudini e cercato di adattarci a condizioni di stress quasi perenni: l’incertezza economica, la chiusura delle scuole con la necessità di accudire i bambini, i cambiamenti dell’organizzazione del lavoro; per alcuni, specie i più anziani, la solitudine, mentre per altri l’impossibilità di ritagliarsi anche il più piccolo spazio privato; per molti un enorme carico di lutti e malattia.
Abbiamo accettato tutto ciò con difficoltà, ma comprendendo che la circostanza straordinaria richiedeva un impegno fuori dal comune.
Lentamente, però, è successo qualcosa che ora comincia a preoccupare. È subentrata quella che molti esperti hanno definito pandemic fatigue. Non si tratta semplicemente della fisiologica stanchezza, ma di un mix di fatica, demotivazione, perdita di fiducia che, per un verso, può metterci a rischio di contrarre l’infezione e ridare linfa al contagio, dall’altra può avere effetti gravi sul corpo e sulla psiche.
Proviamo a vedere di che si tratta. "In primo luogo, la minaccia percepita del virus può diminuire man mano che le persone si abituano alla sua esistenza, anche quando i dati mostrano che il rischio potrebbe, di fatto, aumentare - spiega l’Organizzazione Mondiale della Sanità in un documento dedicato proprio alla fatica da pandemia -. Allo stesso tempo, è probabile che la percezione delle perdite subite a causa della pandemia aumenti nel tempo man mano che le persone sperimentano le conseguenze personali, sociali ed economiche delle restrizioni". Inoltre, continua l’Oms, "anche le circostanze più drammatiche tendono a essere considerate normali se vissute per periodi di tempo molto lunghi".
Il risultato di questi fenomeni è che in molti potrebbero cominciare a diventare insofferenti alle misure di prevenzione del contagio e adottare un atteggiamento fatalistico. Se così fosse, daremmo nuovamente al virus la possibilità di diffondersi senza incontrare ostacoli.
Ma c’è un altro effetto della lunga durata della pandemia con cui cominciamo a fare i conti. Il nostro organismo non è fatto per sopportare così alti livelli di stress per lunghi periodi di tempo. E se qualcuno risponde a una condizione di stress prolungato cominciando a considerarla normale e quasi ignorandola, qualcun altro ne subisce le serie conseguenze: l’aumento del rischio di malattie cardiache, difficoltà di concentrarsi, l’indebolimento della capacità di giudizio, l’aumento del rischio di ansia e depressione.
Sembra purtroppo un fenomeno inevitabile, tanto che in tutto il mondo, gli esperti hanno già messo in guardia sul rischio di un aumento del carico di disturbi mentali nel prossimo anno. Se riusciremo a superare la pandemia, la prossima sfida potrebbe essere ricucire le ferite nella psiche.
19.12.2020


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