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Tre storie simbolo di stranieri divenuti indesiderati
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"Fermiamo le espulsioni,
la povertà non è un reato"
ANDREA STERN


Se si è poveri, meglio non essere anche stranieri. Lo hanno imparato a proprie spese Mila, Victoria e Joao (li chiameremo così per proteggere l’anonimato). Tre persone, tre storie che dimostrano quanto traballante possa essere l’esistenza di chi non ha il passaporto svizzero. "Con la nuova legge entrata in vigore nel 2019, chi chiede aiuti sociali è considerato alla stessa stregua di un criminale", osserva Eleonora Guido, coordinatrice dell’alleanza La povertà non è un reato, fondata da una settantina di organizzazioni che combattono "il continuo inasprimento del diritto migratorio".
Mila non pensava che le sarebbe toccato scoprire sulla propria pelle il peso della fragilità. Partita dai Balcani 13 anni fa per ricongiungersi con il marito, in Svizzera la donna ha avuto due figli, che oggi hanno undici e nove anni. Due bambini "puntuali" e "diligenti" - come hanno sottolineato le loro maestre - che non si differenziano in nulla dai loro compagni di classe svizzeri.
Eppure Mila e i due figli ora non sanno se potranno restare in Svizzera. Con un avvocato stanno contestando la revoca dei loro permessi. Ma se il loro tentativo non dovesse andare a buon fine, sarebbero costretti a tornare in un Paese che i due bambini conoscono solo per esserci stati qualche volta in vacanza.
A far precipitare la situazione di Mila è stato il divorzio dal marito, che già prima della separazione sembra non si sia mai preoccupato di mantenere la propria famiglia. E neanche dopo. Mila ha così cercato e trovato un impiego a metà tempo come donna delle pulizie. Ma lo stipendio non bastava e ha dovuto chiedere gli aiuti sociali. Quanto è bastato per spingere le autorità migratorie a revocare i permessi di dimora dell’intera famiglia, nonostante più persone abbiano testimoniato della loro perfetta integrazione. Il caso è ora in mano ai giudici.
Come quello di Victoria, 38enne sudamericana giunta in Svizzera all’età di 16 anni al seguito della madre che aveva sposato un cittadino elvetico. Questi aveva da subito abusato sessualmente di lei. Victoria, priva del sostegno materno, non aveva concluso una formazione. Ma era comunque riuscita a trovare lavoro. Poi si era sposata ed era rimasta incinta da un uomo rivelatosi essere violento e alcolizzato. Poche settimane dopo il parto, Victoria chiese il divorzio. In seguito l’ex marito venne condannato ed espulso.
Ma i problemi di Victoria non erano finiti. Il figlio aveva sviluppato una lieve disabilità. Non riusciva a seguire i propri coetanei. La madre dovette iscriverlo a una scuola speciale e accompagnarlo più volte a settimana alle terapie. In queste condizioni, era impossibile lavorare a tempo pieno. Del resto anche i terapisti rimarcavano quanto la presenza della madre fosse essenziale.
Victoria lavorava al 50%. Troppo poco, per le autorità migratorie, che le hanno revocato il permesso di dimora a causa della dipendenza dall’aiuto sociale. A meno di un miracolo in tribunale, Victoria dovrebbe tornare con il figlio in un Paese che ha lasciato 22 anni fa e dove non ha più famiglia, con l’eccezione di una nonna 86enne.
Joao invece ha 60 anni ed è un montatore di ponteggi. Ha sempre esercitato questa professione sin dal suo arrivo dal Portogallo, nel 2001. Un lavoro impegnativo. Ma lui è un tipo stoico. Basti pensare che durante la sua carriera professionale non è mai andato dal medico.
Dodici anni dopo però l’impresa per cui lavorava Joao è fallita. Lui ha perso il posto e non è riuscito a trovarne un altro. Ha iniziato a seguire dei programmi occupazionali, dove gli è stato fatto notare che il suo stato di salute lo rendeva inabile al lavoro. Joao ha chiesto una rendita Ai, ma gli è stata negata con la motivazione che avrebbe potuto comunque svolgere un lavoro che non implicasse uno sforzo fisico.
In teoria è vero, ma dopo una vita passata sui cantieri Joao non sapeva cos’altro fare. Né è riuscito a trovare qualcuno che a 60 anni gli desse una seconda chance. E così, a causa del ricorso all’assistenza, le autorità hanno declassato il permesso di Joao da C a B. Rendendo così più facile un rinvio verso il Portogallo, dove tra l’altro non è più stato nemmeno in vacanza da nove anni.
La storia di Joao però ha un lieto fine. Il suo ricorso è stato accolto. Ora può guardare al futuro più serenamente. Almeno nel suo caso, La povertà non è un reato.
astern@caffe.ch
20.02.2021


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