L'analisi della sociologa Elisabetta Moro
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Il pane come simbolo
della condizione umana
ELISABETTA MORO


Quando gli uomini condividono il pane, condividono l’amicizia. Le parole del teologo francese Jean Cardonnel colgono nel segno, perché il pane è il cibo per antonomasia. Il simbolo della condizione umana.
I Greci, dai quali abbiamo ereditato valori e parole, chiamavano gli uomini artophagoi, cioè mangiatori di pane. Tanto che Ulisse, quando racconta il suo incontro con Polifemo, il ciclope misantropo che vive da solo nella caverna e odia il mondo, dice "non mi sembrò un mangiatore di pane". In altri termini, il bestione monocolo non sa vivere con gli altri e la sua alimentazione è il contrassegno di una brutalità presociale.
In effetti il pane è il risultato materiale di una cooperazione tra chi semina, chi raccoglie, chi macina e chi panifica. Per questo è diventato l’emblema ideale dell’umanità che per sopravvivere ha sempre bisogno dello scambio e della solidarietà. Non a caso dal pane deriva la parola  compagno, in latino cum panis, per indicare il legame che unisce gli individui che si spartiscono il nutrimento. E li trasforma in una comunità di destini. Ecco perché in tutta Europa, durante le feste comandate, i poveri ricevevano pagnotte in dono.
L’importanza di questo alimento vitale è scritta a chiare lettere anche nelle lingue europee. Per esempio, l’antico inglese, dove parole fondamentali come lord e lady hanno entrambe a che fare con l’arte bianca. Il primo deriva da hláford, cioè "guardiano del pane". Mentre lady viene da hlaefdig, "colei che impasta". Nostra signora della panificazione.
Una vera e propria sacralizzazione del cibo. Con un’eco profonda nel Cristianesimo, che definisce Gesù il pane della vita. E lo fa nascere a Betlemme, che in ebraico significa letteralmente casa del pane. Celebre in tutto il mondo per l’eccellenza dei suoi fornai.
In realtà il nostro immaginario, di credenti e non, è fatto della sostanza di cui è fatto il pane. Al punto che nel Medioevo coloro che si macchiavano di crimini contro l’umanità venivano esclusi dal consumo di qualsiasi prodotto da forno. E non potevano nemmeno avvicinarsi ai panifici, in quanto nemici pubblici.
In questo senso, la recente fatwa contro il pane, considerato cheap e poco chic, è il segno premonitore di una società dove si è sempre meno compagni. E sempre più individui. Chiusi e choosy. Esseri solitari in un pianeta diviso fra chi non mangia perché non ha cibo e chi lo spreca perché ne ha troppo. Oggi è più che mai vero quel che dice un vecchio proverbio tzigano. Mentre i ricchi sognano i sogni, i poveri sognano il pane.
19.03.2017


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