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"Andrà tutto bene(?)"
Un racconto di Vitali
ANDREA VITALI, SCRITTORE E MEDICO


Il cielo ieri era grigio, oggi è sereno. Qualche nuvola qua e là. Se alzo gli occhi ritrovo il mondo solito. È in sintonia col calendario, ormai siamo prossimi all’inizio ufficiale della primavera. Dovrei sempre stare così, col naso per aria, per illudermi che non è successo niente. Ovvio che non possa farlo.
Questa notte il telefono è squillato di nuovo un paio di volte com’è ormai consuetudine da qualche giorno a questa parte. Non ho nemmeno controllato le ore. Era buio. Sono corso a rispondere. Mia moglie mi ha chiesto chi fosse. Nessuno, le ho risposto, come al solito. Non le ho mentito, all’altro capo della cornetta nessuna voce, nessun rumore. Vorrei dire solo silenzio ma temo questa parola. Ho riposto alla cornetta e prima di tornare a letto ho dato un’occhiata dalla finestra della cucina. Un lungo sguardo per ritrovare un’immagine che, a quell’ora notturna, è del tutto normale. Poi ho dovuto rispondere alla domanda di mia moglie. Lei ha ribattuto che non è possibile che da giorni qualcuno telefoni a quell’ora di notte e poi non parli.
Nella logica di un tempo normale non posso che darle ragione. Adesso no. Ho una mia idea in proposito ma ancora la voglio tenere per me. Non la voglio spaventare con una fantasia che si potrebbe rivelare un’emerita idiozia. Una volta tornato sotto le lenzuola ho chiuso gli occhi, ho fatto finta di dormire. Mia moglie ha insistito, non è possibile ha detto. Non è possibile che al telefono non ci fosse nessuno. Non ho ribattuto. Ha taciuto anche lei. Forse ha chiuso gli occhi e si è riaddormentata. Forse ha finto anche lei e si è chiusa in altri pensieri così come ho fatto io. Al buio sembra più facile abbandonare la realtà.
Da giorni nel buio della notte, dietro le palpebre chiuse, i miei occhi vagano altrove. Quelle telefonate senza voce che giungono in piena notte e mi svegliano sarebbero benedette se dietro di esse non fosse poi nato un timore che da un po’ tengo segreto. La prima volta che è successo credevo che tutto avvenisse in un sogno. È stata mia moglie a svegliarmi per avvisarmi di andare a rispondere. Chi sarà?, la domanda istintiva prima ancora che raggiungessi il telefono. Nessuno, come le notti a seguire. Dopodiché ho preso l’abitudine di rinunciare al sonno e consegnarmi al buio, vagando col pensiero nel mondo luminoso di prima che fossimo costretti all’isolamento. In quanto a ciò sono fortunato, ho un bagaglio di pensieri e immagini che mi permettono di averlo nella memoria con una precisione che è di pochi. Questo grazie al lavoro che ho sempre svolto al servizio della municipalità. Sono addetto alla manutenzione delle strade infatti, con una particolare attenzione ai sentieri, una volta molto battuti e adesso invece spesso dimenticati. Non da me, poiché non mi piace che il loro degrado sia una sorta di dimenticanza dei milioni e milioni di passi che li hanno praticati.
Sistemo quei sentieri e raccolgo immagini che restano impresse nella mia memoria come fotografie. Nel buio della notte sfoglio una specie di album. Non ne parlo a mia moglie perché temo di provocarne la malinconia. Troppe volte le ho promesso di portarla a vedere certi angoli. Per una ragione o per l’altra non è mai successo. Prima si poteva rinviare senza troppi pensieri una cosa o l’altra. Ci penso, adesso, al buio. Siamo mano nella mano e la sto portando e vedere una villa tanto isolata quanto abbandonata da tempo. Le racconto la suggestione, anche un po’ amara, delle erbacce e degli arbusti che hanno invaso il grande giardino. E dell’edera e di chissà quale altra erba infestante che hanno preso possesso del bersò, appena visibile, dove in anni lontani si animavano chiacchiere all’ora del tè pomeridiano.
Nel buio queste immagini si dilatano e varcano la misura del tempo. Arrivo a vedermi sbirciare dal cancello d’ingresso. Non provo invidia per coloro che sono seduti al tavolo perché lentamente i rovi si impadroniscono del giardino, coloro che stanno seduti al tavolo svaniscono. È l’effetto della luce che arriva, quella vera, del giorno, anticipata dal canto euforico degli uccelli.
Se il telefono squilla di giorno qualcuno all’altro capo del filo risponde. Sono amici, conoscenti, parenti che si informano. Come stiamo, come state. Hai sentito le notizie. Non mi sembra neanche domenica. Hai guardato il cielo. Non si vede nemmeno una scia d’aereo. Hai visto le piazze. Perché?, chiede mia moglie. Perché di giorno qualcuno risponde sempre quando squilla il telefono e la notte invece no. Scrollo le spalle, mi nascondo dietro una mimica stupita. Scherzo sulle linee sovraccariche. Non le voglio confessare ciò che temo. Che dietro quelle telefonate ci sia solo il silenzio di un essere muto, tanto invisibile quanto presente, e che quello è l’unico mezzo di cui dispone per controllare se siamo ancora vivi, per ricordarci che siamo ancora vivi. Non voglio dirle che si è incistata in me l’idea fissa che quelle telefonate sono al contempo un avviso, un memento, una minaccia. Non voglio dirle che, nonostante questa ossessione che ormai mi pedina come un’ombra, non aspetto altro che un nuovo buio, una nuova telefonata senza voce per potermi sdraiare, chiudere gli occhi e tornare a immaginarmi di essere con lei, mano nella mano, a rimirare i contorni di certe piccole spiagge, sassose e remote, invitandola ad ascoltare il regolare sciacquio dell’onda che si esaurisce sulla riva, a guardare l’ozioso movimento dei cavedani che abitano la loro grande, liquida casa senza alcuna intenzione di abbandonarla, a meno di non cadere nell’invito di una Sirena in forma di esca.
Vorrei incrementare il buio delle mie giornate così da poter definire normale anche il silenzio che ha preso possesso delle ore di luce. Mia moglie ha invece una posizione esattamente contraria alla mia, vorrebbe un’eternità di luce così da evitare il tormento di quelle telefonate notturne alle quali non sa dare una spiegazione. Mi confessa che una volta sveglia non le riesce più di riprendere sonno e che piano piano dentro di lei ha preso corpo un pensiero che la tormenta in continuazione.
Chiudo gli occhi sperando che non sia la stessa abnorme fantasia che si è formata nella mia mente. Vorrei troncare il discorso, non chiederle niente, non sentire. Non posso farlo, andrebbe oltre una semplice manifestazione di disinteresse, sarebbe qualcosa di più di un gesto di pura maleducazione. Provocherebbe un litigio, cosa della quale non abbiamo per niente bisogno. Le chiedo cosa la tormenta. È una paura, mi risponde, e non prendermi per folle. Ma da tempo cova l’idea che quelle telefonate notturne arrivino solo a noi, noi gli unici destinatari di quei risvegli notturni, di quel silenzio enigmatico. Sino ad allora ha tenuto per sé quel timore. Ha anche pensato più volte di chiedere a parenti, amici o conoscenti che telefonano per scambiare notizie se anche il loro sonno viene interrotto da una o più telefonate senza che nessuno dica una sola parola. Non l’ha mai fatto per la semplice ragione che teme una risposta a conferma del suo timore: noi gli unici destinatari. Dopodiché avrebbe dovuto interrogarsi sul perché.
Cerco di tranquillizzarla, dicendole che stante il momento particolare che stiamo vivendo, è facile venire rapiti da idee stravaganti. E proprio mentre dispiego tutto il mio potenziale dialettico, ecco che suona il telefono. Siamo in pieno giorno. Il cielo è sereno, l’ho scritto poco sopra, con solo qualche nuvola qua e là. Forse è giunto il momento di risolvere perlomeno il dubbio che attanaglia mia moglie. Ci guardiamo senza parlare mentre il telefono continua a squillare. Rispondo io, risponde lei ? Mi assumo io l’incarico di farlo. Però, prima di procedere, le faccio una domanda. Vuoi? Vuole che, chiunque sia all’altro capo del telefono, gli o le rivolga la domanda che non ha mai avuto il coraggio di fare? Lei chiude gli occhi, la sento emettere un lungo sospiro poi, sempre con gli occhi chiusi, mi fa cenno di sì. Pronto, dico.
Ma sarà l’unica parola a uscire dalla mia bocca, poi ascolto e basta. Depongo la cornetta, mia moglie mi guarda, non c’è nemmeno bisogno che mi chieda cosa c’è. C’è, le dico poco dopo, che qualcuno nel corso della notte ha disegnato grossi punti interrogativi sui cartelli, sulle lenzuola esposte con la scritta "Andrà tutto bene".
22.03.2020


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