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Una facile miccia
per troppa violenza
GIUSEPPE ZOIS


Caro Diario,&softReturn;le righe di questa settimana sono dettate da due processi, celebrati nello stesso giorno, uno a Bellinzona e l’altro a Lugano. Nel primo caso due fratelli trentenni sono stati condannati per aver picchiato un coetaneo in un locale notturno; nel secondo, un uomo di 47 anni è stato condannato per aver accoltellato uno sconosciuto, dopo un diverbio (pena rincarata dalla Corte: 4 anni e 3 mesi rispetto ai 3 anni e 20 mesi chiesti dall’Accusa). Anagrafi diverse, stessa propensione a risolvere i contrasti. Il tema che emerge dai due procedimenti è quello della violenza e della facilità crescente nel passare a vie di fatto. Lo si è visto dalla ricostruzione dibattimentale, ma la tendenza può essere colta da ciascuno nella quotidianità, dove basta un niente per accendere la miccia della reazione verbale e muscolare. Una parola, un gesto scatenano talora diverbi e litigi. Lo comprovano episodi che accadono per strada, rapporti tormentati fra vicini anche su questioni risibili, tifosi imbufaliti dopo un risultato sgradito...
LA VIOLENZA non è un fatto nuovo, se ne parla da Caino in poi. Il dato che deve preoccupare e far riflettere è la facilità con cui si passa alle mani, ai coltelli estratti e usati per un niente. I motivi di questo appesantimento di clima sono molti, dallo stress all’emulazione di quanto si vede nei film, alla Tv, sui social. Arnold Schwarzenegger e i suoi numerosi fratelli hanno fatto scuola, la vendetta si sostituisce alla ragione, alla capacità di discutere, di confrontarsi, di affrontare i conflitti con equilibrio. E il rancore è forse la peggior compagnia per l’uomo.
TROPPI social, ma non mancano le testate giornalistiche, trasudano intolleranza, rabbia, cattiveria odio. Sono diventati sfiatatoi di incontinenti verbali che si sfogano con lo scudo dell’anonimato. Significativa peraltro, al riguardo, anche la marcata diffidenza rilevata nel nuovo sondaggio "easyvote" della Federazione svizzera dei parlamenti dei giovani. Sarebbe già un notevole risultato, al punto in cui siamo, non offrire motivi di delusione ad alcuno.
IL FATTO è che ci troviamo in un tempo e in una società segnati dai tanti, infiniti "ingorghi di futuri possibili", per riprendere un’efficace immagine di Habermas, con tutti i possibili smottamenti dei territori dell’equilibrio, della saldezza di nervi, della ponderazione. In breve, del controllo di sé: che dovrebbe essere traguardo inseguito ogni giorno. Del resto, la speranza stessa ce la ritroviamo un po’ evaporata, "nutellata", comunque depauperata di quella parte attiva che ciascuno deve pur assumere nell’attesa di qualcosa. Dopotutto, per alzarsi in volo ogni mattina, come vuole Charles Péguy, la speranza ha bisogno anche delle nostre ali.
15.04.2018


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