La grande area economica internazionale lanciata da Pechino
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Il sogno globalista
sulla "via della seta"
LORETTA NAPOLEONI


Ultimamente si parla molto della Nuova via della seta, specialmente in relazione alle trattative tra Pechino e le singole nazioni europee che dovrebbero farne parte. Il fatto che la Cina si rifiuti di negoziare con l’Unione europea viene visto da molti come la conferma che questo ambiziosissimo progetto nasconde desideri di dominio. È vero?
Concepita da Xi Jinpin, la One Belt, One Road - questa la dizione ufficiale in inglese - è il coronamento del sogno globalista della nuova Cina. Ed infatti è stata inserita nella costituzione del partito comunista che dà anche mano libera a Xi per costruirla e gestirla. Per ora, il matrimonio tra Cina e globalizzazione è un’unione felice, lo ha chiaramente specificato Xi a Davos nel gennaio del 2018. In quello storico discorso il premier cinese dichiarò che Pechino non solo crede nella globalizzazione, ma vuole esserne uno dei motori principali attraverso la creazione della Nuova via della seta. Di certo la relazione complessa tra occidente e globalizzazione non è altrettanto felice.
Siamo di fronte ad un nuovo piano Marshall? Una delle interpretazioni più gettonate è proprio questa, che la Nuova via della seta sia un progetto di questo tipo e che abbia come obiettivo finale il consolidamento della supremazia cinese nel villaggio globale.
In effetti le similitudini sono molte. La Cina ha già speso 210 miliardi di dollari, principalmente in Asia, del costo complessivo, stimato intorno ai mille miliardi di dollari. Parte di questi fondi sono stati concessi come prestiti alle nazioni coinvolte nel progetto per finanziare la costruzione delle infrastrutture necessarie. Dove i governi debitori sono stati incapaci di completare i progetti o non sono stati in grado di ripagare i debiti, Pechino è subito intervenuta, come avvenne con Washington nel secolo scorso. Ha acquistato i diritti di gestione dei porti o ha usato il debito quale leva politica. Nel 2011, ad esempio, i cinesi hanno cancellato un debito di cui non si conosce l’ampiezza con il Tajikistan in cambio di 1.158 chilometri quadrati di confine tra le due nazioni parte di una disputa territoriale.
L’amministrazione Trump sostiene anche che la Nuova via della seta verrà sfruttata da Pechino come una piattaforma militare: se la rete serve a trasportare più velocemente ed efficientemente le merci svolgerà lo stesso ruolo per il trasporto delle truppe. L’anno scorso, infatti, la Cina ha inaugurato una base militare a Djibouti. Gli Stati Uniti nel dopoguerra fecero la stessa cosa nel Pacifico ed in Europa.
Come con il piano Marshall, la Nuova via della Seta offre alle imprese cinesi vantaggi maggiori rispetto a quelle locali, ed infatti le prime si sono già assicurate 340 miliardi di dollari in contratti ed appalti.
Non c’è dubbio che il completamento di questo progetto commerciale e marittimo consoliderà la posizione di leadership della Cina, come il piano Marshall cementò quella americana sia sul piano economico che su quello militare. Ma dal momento che frenare l’ascesa della Cina è ormai impossibile, forse la soluzione migliore sarebbe contenerla e di certo il modo per farlo è partecipare alla Nuova via della seta influenzandone il funzionamento e gli scopi non ignorandone l’esistenza.
24.03.2019


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