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Le ragioni strategiche che spingono all'insù il petrolio
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Per ora fare il pieno
costerà a tutti di più
LORETTA NAPOLEONI


Dall’11 settembre in poi sono stati prodotti centinaia di scenari ipotetici relativi all’impatto di un attacco terrorista contro i pozzi petroliferi sauditi, tuttavia nessuno è mai stato in grado di prevedere accuratamente l’incidenza che questo avrebbe avuto sui prezzi del petrolio a livello globale. Il motivo è semplice, il costo del barile è frutto dell’incontro tra domanda ed offerta. Cosa significa? Che l’immediata impennata dei prezzi dello scorso lunedì, saliti del 20 per cento - il balzo maggiore in 30 anni - è stata temporanea. Dopo poche ore il costo del barile ha iniziato a scendere, pur chiudendo la giornata ad un 15 per cento più alto della settimana prima.
Nel medio e lungo periodo le ripercussioni dell’attacco contro Abqaip e Khurais dipendono da come produttori e consumatori gestiranno la produzione e l’approvvigionamento energetico. Certo dal lato dell’offerta l’interruzione di produzione ad Abqaip e Khurais è seria, equivale ad un deficit di 5,7 milioni di barili al giorno, e cioè ha più che dimezzato la produzione giornaliera saudita. E dato che l’Arabia Saudita soddisfa il 10 per cento della domanda globale, oggi il mondo ha a disposizione il 5 per cento in meno del petrolio giornaliero.
In realtà produttori e consumatori sono preparati per eventi di questo tipo e negli ultimi anni hanno accumulato ingenti riserve, che giustamente vengono definite strategiche, con lo scopo specifico di attutire e, se possibile neutralizzare, gli shock energetici. Nel 2011, ad esempio, all’indomani della caduta di Gheddafi, le riserve vennero usate per impedire ai prezzi di gravitare troppo a causa della guerra in Libia.
Secondo gli analisti della Barclay i sauditi hanno immagazzinati in casa 188 milioni di barili di greggio, il petrolio grezzo, e 97 milioni di barili di petrolio raffinato. A questi vanno aggiunte le riserve all’estero, ubicate vicino ai mercati più importanti, il continente americano, l’Europa e il Giappone, di cui non si conosce l’ammontare.
I maggiori consumatori dispongono anche loro di riserve strategiche. Questa settimana, Donald Trump ha concesso che quelle americane, pari a 600 milioni di barili, venissero utilizzate per stabilizzare i prezzi. Secondo le stime ufficiali altre nazioni hanno complessivamente a disposizione circa 1,2 miliardi di barili. Infine, a detta dell’Ocse le multinazionali petrolifere tengono in magazzino 2,9 miliardi di barili.
Nel medio periodo, dunque, è possibile che i prezzi del petrolio oscillino tra i 60 ed 70 dollari al barile, livelli accettabili per l’economia mondiale. Il grande interrogativo si pone nel lungo periodo. Se, a parità di domanda globale, i danni subiti dall’attacco in Arabia Saudita non potranno essere riparati per mesi e le riserve inizieranno a scarseggiare allora sì, il costo del barile potrebbe salire ben oltre i 70 dollari. Rimane però l’incognita Cina, principale importatore netto di petrolio, la cui economia è in contrazione a causa della guerra tariffaria con gli Stati Uniti. La riduzione della domanda cinese avrà un impatto considerevole su quella mondiale. Se poi Pechino decide di potenziare gli acquisti dall’Iran, ignorando le minacce di Trump, allora la pressione al rialzo dei prezzi del greggio sarà ancora minore.
Per ora, comunque, una cosa è certa, fare il pieno alle pompe ci costerà di più.
22.09.2019


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