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Cosa c'è dietro il bombardamento dei giacimenti in Arabia
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È la guerra ibrida
ai pozzi di petrolio
MARCO OLIMPIO


Un attacco in profondità, il più alto rincaro del prezzo del greggio degli ultimi 30 anni, la produzione saudita temporaneamente dimezzata, accuse all’Iran. Gli impianti petroliferi sauditi Aramco, sulla costa orientale del Paese, sono solo le ultime vittime di una "nuova" forma di guerra ibrida che vede l’utilizzo di sistemi elusivi e tattiche che permettono di lasciare tracce relative, quindi danno la possibilità di negare il coinvolgimento diretto.
Il raid ha visto impiegato un mix di droni (Uav) e cruise, armi dotate di Gps, sofisticate e precise. Nel dettaglio sarebbero state impiegate, secondo notizie riportate dalla popolare televisione satelltare Cnn, appunto venti droni e almeno una decina di missili cruise, probabilmente partiti dal territorio dell’Iran.
L’operazione è stata rivendicata dalle milizie yemenite Houthi, appoggiate dagli iraniani, in risposta alla campagna militare saudita in Yemen. Gli Houthi hanno già colpito diverse volte il territorio saudita e quello degli Emirati usando sistemi analoghi. Uno sforzo portato avanti con il supporto dei pasdaran. A luglio infatti, i miliziani avevano presentato una serie di apparati bellici di produzione locale però simili a quelli di produzione iraniana o ad armi ex-sovietiche precedentemente in dotazione alle forze regolari yemenite.
Washington e Riad, tuttavia, sminuiscono il ruolo dei guerriglieri sciiti e ritengono che lo strike sui siti sia partito da basi iraniane vicine al confine iracheno. Gli ordigni avrebbero seguito un percorso che le avrebbe permesso di evitare le difese aeree saudite, sfruttando buchi nella rete radar. Una ricostruzione respinta da Teheran. L’incursione evoca il sabotaggio delle petroliere a maggio, avvenuto nelle acque territoriali degli Emirati Arabi. Cariche esplosive piazzate discretamente sugli scafi Anche in quel caso difficile provare il responsabile. Gli americani accuseranno direttamente gli iraniani, gli Emirati parleranno di un’operazione complessa eseguita con molta probabilità "da uno Stato". Prudenze e distinguo per evitare di scivolare in un conflitto aperto.
Le azioni militari come le esplosioni all’Aramco o alle navi nel Golfo Persico permettono dunque ai Paesi di effettuare missioni di guerra ibrida, eseguendo operazioni che provocano danni all’avversario e che mandano un forte messaggio senza però scatenare uno scenario di guerra vera e propria. Un gioco sempre rischioso. Stati che possono agire nell’ombra, avanzando i propri obbiettivi ma evitando ripercussioni, meglio ancora se dispongono di un alleato già impegnato in uno scontro aperto con il proprio nemico. Il gruppo guerrigliero diventa lo schermo. Lo sviluppo tecnologico, ma anche la pletora di diversi attori e interessi nella regione, favorisce gesti eclatanti, alimentando dubbi, innesca una battaglia di propaganda. Sui social sono rilanciate foto satellitari, immagini di armi, qualsiasi cosa possa servire a costruire una narrazione favorevole.
Forte anche il messaggio rilanciato da queste azioni, che hanno di fatto esposto la fragilità del "sistema" energetico nella regione, dimostrando che in caso di guerra vera e propria, potrebbero essere inflitti danni ancora più gravi. Intanto l’attacco di cruise e droni ha compromesso la produzione di 5,7 milioni di barili di petrolio al giorno, cioè il 6% della produzione mondiale.
22.09.2019


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