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L'home working cresce, ma crea disparità di trattamento
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"Chi lavora da casa
è penalizzato dal fisco"
ANDREA BERTAGNI


Il telelavoro non è più un’eccezione. Ha "contagiato" molti settori dell’economia. Ma chi fa "home working", secondo gli esperti, non è ancora avvantaggiato dal fisco. Le cui norme e legislazioni non hanno seguito l’evolversi del mercato del lavoro a distanza. Che con la pandemia, lo dicono gli ultimi dati statistici, ha fatto passi da gigante. Recuperare il gap è però possibile. Samuele Vorpe, direttore del Centro competenze tributarie della Supsi, non nasconde di avere delle forti aspettative. "Il fisco deve adattarsi al telelavoro - dice - perché alcune deduzioni professionali sono superate dagli eventi".
Vorpe non è l’unico ad aspettarsi una riforma. Anche la politica chiede adeguamenti. Fabio Regazzi, neo presidente dell’Unione svizzera delle arti e mestieri (Usam), associazione che difende gli interessi delle piccole e medie imprese, ha inoltrato allo scopo un’interpellanza al Consiglio federale. Perché molti lavoratori, tra cui il personale di ufficio, anche a causa della pandemia, lavorano sempre più da casa. Ma a livello fiscale sono svantaggiati da chi invece continua a spostarsi per andare in azienda. Un controsenso in un contesto dove si cerca di abbassare il numero di contagi da coronavirus, annullando distanze e spostamenti.
"Secondo il quadro attuale, chi lavora in ufficio ha la possibilità di dedurre fiscalmente diverse voci di spesa, tra cui quelle di trasporto dal domicilio al luogo di lavoro e i pasti fuori casa - spiega Vorpe - con lo smart working queste deduzioni vengono meno e bisogna trovare il modo di compensarle". Come? Il direttore del Centro competenze tributarie della Supsi ha alcune idee. "Per prima cosa bisognerebbe rendere più appetibile la deducibilità del locale in cui a casa si lavora - continua l’esperto - inoltre andrebbe riconosciuta una copertura delle spese sostenute per l’acquisto di computer, stampanti, scanner e abbonamento a internet". Troppo difficile? Vorpe non lo pensa. "Per gli acquisti dell’attrezzatura si potrebbe pensare a un riconoscimento del 50-70% dei costi, mentre per l’uso di un locale per il lavoro da casa basterebbe sommare tra loro il costo dell’affitto e il valore locativo e dividere la somma per il numero di locali". A titolo d’esempio, secondo il "nuovo schema", spendendo 20mila franchi di affitto per un appartamento di 5 locali, la deduzione riconosciuta per chi fa home working arriverebbe a 3-4mila franchi annui. Non che oggi queste possibilità fiscali non esistano. "Ma per quanto riguarda un "uso ufficio" della propria abitazione le norme sono molto stringenti - annota Vorpe - mentre per sull’acquisto di computer e affini non ci sono regole precise".
an.b.
21.11.2020


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