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Quell'antico cancro
di retorica e populismo
RENATO MARTINONI


Dimmi come parli e ti dirò chi sei". Se il detto è vero, dovremmo preoccuparci per come parlano certi politici. Il presidente del Consiglio italiano, uno di quei "professori" che la nuova classe politica del Belpaese diceva di voler rottamare, ha fatto due discorsi al Parlamento. Le sue parole sono piaciute ai suoi. Gli avversari hanno parlato di "vuoto totale" e di "nulla". I mercati finanziari hanno reagito negativamente. Segno che gli esperti economici sono tutt’altro che tranquilli vedendo il timone dell’Italia in mano a gente di tale caratura. Freddezza e preoccupazione ha mostrato anche il mondo politico dell’odiata Europa. Quell’Europa che permette all’Italia di stare a galla malgrado un debito pubblico gigantesco.
Anche chi tiene d’occhio la lingua ha di che preoccuparsi. Non solo l’Accademia della Crusca, chiamata a correggere gli strafalcioni che emergono dai discorsi politici. Le parole sono nate non per un desiderio di bellezza, ma perché l’uomo ha sentito il bisogno di dare un nome alle cose. Il pane è pane e non è acqua. L’acqua è acqua e non è pane. E invece in politica si sentono di continuo, spacciate come nuove, parole ambigue e vecchie come il bacucco. Basta pensare al tormentone del "cambiamento" (ma quando mai un governo non si è definito "del cambiamento"?) O all’idea della crociata "contro il potere corrotto". Per non dire della "terza repubblica". Niente di nuovo, dato che se ne parla almeno da quando, nel 2011, Silvio Berlusconi ha dovuto lasciare la presidenza del governo.
Tutto, si proclama, è nuovo e diverso. In realtà tutto appare vecchio e uguale a prima. Tutto continua a vivere sotto le bandiere di quell’abitudine nefasta che un grande linguista italiano ha chiamato, un secolo e mezzo fa, "l’antichissimo cancro della retorica". Tanta scorza e poco succo. Le parole stanno nel vocabolario. Ma quando entrano in un discorso, allora vivono, si caricano di significati, diventano lo specchio dell’anima e del pensiero di chi le usa. Purtroppo molti non lo sanno. O fingono di non saperlo. Il presidente del Consiglio dei ministri italiano, capace di confondere, in un discorso, i "paradisi fiscali" con i "paradisi artificiali", si è definito "avvocato difensore" del popolo. (Il popolo abbisogna di difensori, non di avvocati). Ha detto anche che il "populismo" è l’"attitudine ad ascoltare la gente". Qui si è toccato il fondo. Per i "populisti" il "populismo" è una virtù. In realtà il "populista" è colui che, disprezzando chi ne sa più di lui, semplifica i problemi fino a banalizzarli. Per essere ben visto da chi avrebbe invece bisogno che i problemi vengano risolti. Questa non è una virtù. È un atto grave di irresponsabilità. Che va combattuto.
10.06.2018


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