Fuori dal coro
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Il mondo dei media
fa i conti con il mercato
GIÒ REZZONICO


I licenziamenti del mese scorso alla redazione del "Corriere del Ticino" hanno di nuovo portato drammaticamente alla ribalta la difficile situazione dell’editoria. Come avviene anche in altri ambiti, il nostro settore è alle prese con una lunga fase di transizione tra una realtà conosciuta, quella dei giornali di carta, e quella del digitale, che ancora non si sa dove ci porterà. Informare correttamente è infatti molto costoso e per il momento il web non garantisce gli introiti necessari per offrire un’informazione di qualità. Molti editori non amano parlare della crisi che li attanaglia e si comportano come se tutto filasse liscio. Ma perché parlare dei problemi degli altri e non di quelli che colpiscono la nostra categoria?
È risaputo che nel corso degli ultimi dieci anni gli introiti dei media di carta sono mediamente diminuiti tra il 65 e il 70 per cento. Anche il numero degli abbonati arretra, ma per fortuna molto lentamente. Fino a qualche anno fa i giornali erano finanziati soprattutto dalla pubblicità, oggi invece sono principalmente i lettori a tenerli in vita.
Per quanto concerne i costi di una testata, tra il 30 e 40 per cento sono costituiti da quelli redazionali. Le altre due maggiori fonti di spesa sono rappresentate da stampa e distribuzione. Quando un giornale è in deficit gli editori cercano pertanto in primo luogo di operare tagli su queste ultime due fonti di costo, ma quando questi sforzi sono esauriti si deve per forza intervenire sulla redazione. Come membro del consiglio di amministrazione della Società editrice del "Corriere del Ticino" mi sento corresponsabile (dato che questa misura è stata votata all’unanimità) della scelta di licenziare 5 giornalisti (di cui 1 in scadenza di contratto di formazione), un’archivista e una persona addetta al servizio abbonamenti e di operare inoltre due prepensionamenti. Le altre forme di risparmio sono state attuate in passato, ma ora non avevamo altra scelta. E lo abbiamo fatto prevedendo un responsabile e costoso piano sociale per i colleghi che hanno perso il posto di lavoro. Sarebbe irresponsabile per un editore non prendere provvedimenti quando i conti sono in rosso da anni. Sono persuaso che se al Giornale del Popolo si fosse intervenuti per tempo con drastiche ed efficaci misure di risparmio sui costi redazionali si sarebbe ancora potuto salvare la testata. L’unico modello possibile per evitare di chiudere i giornali è quello seguito in Svizzera da TaMedia, il più grande editore elvetico: condividere una parte di servizi (politica estera, federale, sport, cultura, economia) e concentrarsi nelle singole testate su approfondimenti e cronaca locale. Questo naturalmente comporta una riduzione del personale giornalistico, ma non c’è altra scelta.
09.06.2019


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