Fuori dal coro
Divisione della cultura
tra proteste e domande
ANDREA GHIRINGHELLI


Da quanto leggo la Divisione della cultura del Decs non gode di buona reputazione: dimissioni, proteste indignate al Consiglio di Stato, minacciate querele per atteggiamenti irrispettosi, inchieste fondate su opinabili argomenti. E, fuori, i pareri poco lusinghieri sulla gestione del settore fanno l’unanimità, o poco ci manca.
Mai mi è capitato di ascoltare tante parole di biasimo dal mondo della cultura. Mi si dice di una conduzione degli affari culturali autoritaria e personalistica, poco propensa al dialogo: se così fosse, bisognerebbe considerare il principio di Peter. Se tanti esprimono riprovazione, qualche disfunzione ci deve pure essere.
Le repliche dipartimentali alle critiche mi paiono inadeguate; la giurisprudenza le classifica fra le argomentazioni fallaci: si ignorano i problemi di fondo e si parla d’altro. Nel caso specifico, le ragioni del disagio vengono ridotte a una questione di conflitti personali: è inopportuno. I conflitti , quando si ripetono, diventano un fatto pubblico e c’è una responsabilità istituzionale da individuare.
In tempi non remoti segnalai che una proficua gestione della cultura deve reggersi sulla fiducia nel dialogo: l’"aut aut" e l’imposizione dura non funzionano in una realtà che fa del dubbio e del confronto delle idee la sua ricchezza. Chi vuole gestire gli affari culturali deve rinunciare al modello impositivo, e agire con l’autorevolezza preventivamente acquisita e sulla competenza. Caratteristiche, queste ultime, rare in regimi di straripante mediocrità, ma non ignote e introvabili. Forse, azzardo, è proprio la mancanza di autorevolezza a generare in molti casi, discredito e scarsa fiducia: di fronte all’evidenza di un disagio le argomentazioni fallaci non risolvono ma esasperano.
La distinzione fra politica culturale e politica della cultura dovrebbe essere arcinota a chi dirige il settore. La politica culturale - lo spiegava Norberto Bobbio - è quella fatta dai politici per fini politici, è la pianificazione della cultura per finalità che tendono qualche volta a soddisfare esigenze che non sono quelle della cultura. La politica della cultura è invece la politica degli uomini di cultura in difesa delle condizioni di esistenza e di sviluppo della cultura. Fu quella promossa da Dino Jauch, intellettuale assai autorevole Con lui la Divisione cultura diventò una fucina di progetti e iniziative, una piattaforma per assecondare al meglio la libera espressione delle potenzialità culturali del paese, senza intralci e inutili orpelli. Ma oggi, arguisco, "mala tempora currunt, sed peiora parantur ". Sì, perché quando, per latitanza di virtù, all’autorevolezza si sostituisce l’autoritarismo e una malintesa cultura di Stato la frattura si crea, insanabile, e lo Stato liberale smarrisce la via.
26.01.2020


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