Fuori dal coro
La paura forse aiuterà
a capire gli altri
ANDREA GHIRINGHELLI


È arrivata improvvisa, qualche tempo fa, l’epidemia, ormai pandemia. Non è la peste, ma sgomenta e disorienta. I più si dicono imperterriti, ma provvedono alle scorte per cautela. Nei grandi magazzini lunghe file e l’ipoclorito di sodio è di rigore per chi entra e per chi esce. È raccomandato il saluto a distanza e le strette di mano sono bandite. La prossemica rivede i parametri: la distanza fra amici, dai 45 ai 75 cm, è sconsigliata e si passa alla distanza sociale, dai 2 metri in su. Chi non si adegua suscita apprensione. Sono tempi grami per il tipo "touchy", quello delle pacche sulle spalle e delle vigorose scrollate.
La situazione è seria. Il Governo, saggiamente, si è affidato al parere degli specialisti e l’organizzazione è adeguata, ma qualche incauto personaggio, vittima di irreversibili dissesti neurologici, ritiene che la ricetta sia tutta sbagliata. I virologi ci dicono che bisogna contenere i picchi repentini: chiedono prudenza e con toni misurati ci spiegano che il momento è difficile e ci vuole raziocinio e disciplina. Ma la bolla emozionale prevale sulle ragioni della scienza: la paura dell’ignoto si insinua nella mente, corrode le certezze e il panico, pur contenuto, serpeggia.
Mi vien da pensare che forse il pericolo che ci sovrasta potrebbe aiutarci a guardare i drammatici eventi di questo mondo con altri occhi: forse noi che fuggiamo dal morbo che incombe riusciremo finalmente a capire le paure degli altri, del siriano, dell’eritreo e di tutti quelli che ci chiedono di aiutarli a scappare dalla fame, dalle carestie, dalle guerre. Forse l’epidemia ci aiuterà a sfondare i muri della nostra indifferenza verso gli altri, quella che non ci fa vedere i tanti povericristi di questo mondo che affogano nella miseria e nella disperazione. Forse il virus ci aiuterà a ritrovare la solidarietà e a riscoprire la vergogna dell’indifferenza. Forse. Ma la paura sta già diventando l’arma di chi vuole frontiere impenetrabili. Lo scrittore José Saramago ci suggerisce la triste conclusione. Ha immaginato un’epidemia di cecità in una città senza nome; tutti diventano ciechi ma una volta guariti ritornano ad essere quelli di prima: - Ciechi che vedono, ciechi che, pur vedendo, non vedono -. E io temo che passata la paura, non saremo migliori, ma ritorneremo a non vedere quelli che stanno di là, e ritracceremo i confini oltre i quali l’indifferenza cancella la dignità.
22.03.2020


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