Tra gli abitanti del palazzo di via Industria a Pregassona
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"Ci sentiamo emarginati
ma noi non molleremo"
ANDREA BERTAGNI E ANDREA STERN


Si sentono abbandonati, non capiti. Ma non ci stanno a passare per emarginati. Sono gli abitanti delle "Vele di Pregassona", gli inquilini del palazzo di via Industria, che somiglia, fatte le debite proporzioni, al famoso quartiere di Scampia a Napoli, finito sotto la luce dei riflettori per la famiglia del 14esimo piano, che viveva sommersa dall’immondizia e con 18 cani. Tutti sotto lo stesso tetto: marito, moglie, ora indagati dalla magistratura, e i figli.
Hatice Ileri abita da 3 anni nel palazzo. "Non mi trovo tanto bene", racconta. "Quando sono arrivata c’erano diversi drogati che fumavano nell’ascensore e buttavano cartacce per terra". Poi, aggiunge, "ogni tanto arrivava la polizia e se li portava via: ora la situazione è un po’ migliorata". La voce di Hatice si incupisce, prima di continuare a parlare. E il motivo è che sta dicendo la sua sull’appartamento incriminato. "Era da due anni che sentivamo puzza di escrementi senza capire cos’era. All’inizio pensavamo fossero i cani che stavano partorendo – dice – ma i cattivi di odori non sparivano, anzi, continuavano ad appestare l’edificio".
Josè Almeida, dopo 5 mesi, sta cambiando casa. È davanti al portone. La moglie lo sta aiutando a caricare sul furgone gli ultimi scatoloni. "All’inizio era bello - spiega - ma poi è diventato invivibile: le infiltrazioni d’acqua sono dappertutto, se succede un altro corto circuito rischio di morire". Ora Josè sorride. "Per lo stesso affitto ho trovato un’altra sistemazione". Intuiamo che vorrebbe continuare a parlare, ma la moglie lo richiama. "Dobbiamo andare", gli dice. Lui mette in moto e in un attimo sono già in strada. Lontani.
Abdurahim Surur è eritreo. Ha in mano un volantino pubblicitario, che non riesce a decifrare. La Posta gliel’ha mandato a suo nome. A non convincerlo non è tanto la promessa di aprire un conto a condizioni vantaggiose, quanto l’immagine di una camionetta della polizia a garanzia delle transazioni. "Sono in assistenza e in questo quartiere mi trovo bene, purtroppo però durante la notte c’è troppo... casino", dice. "A fare trambusto - continua - sono ragazzi che vengono da fuori e il più delle volte non si riesce a dormire". Che non tutto fili liscio al calar del sole, lo testimoniano anche i numerosi inverventi della polizia. Cinque mesi fa gli agenti hanno bussato a tutte le porte delle Vele. Erano le sei di mattina.
Taha Bashir, cittadino iracheno, che abita al terzo piano, se lo ricorda bene. "Sono rimasti fino alle 9 e poi se ne sono andati con due persone che non avevo mai visto prima". Anche Taha non si sorprende, quando il cronista chiede della famiglia del 14esimo piano. "La puzza dei rifiuti era ovunque. Strano che non si sia intervenuti prima". A quanto pare le segnalazioni all’amministrazione dello stabile e alla polizia sono state fatte. Almeno a sentire Teresa Fera, la custode. È davanti alle bucalettere rosse disposte in fila nel corridoio interno che porta agli ascensori. Due per 74 appartamenti. In braccio ha il nipotino. "La verità è che in questo palazzo ci sono persone abbandonate a loro stesse - esclama - ma noi non molliamo, ci facciamo sentire: scrivetelo pure. Ho chiamato anche il Quadri (Lorenzo, capo discastero formazione, sostegno e socialità del comune di Lugano, ndr.), ma era occupato. Lo chiamerò di nuovo e lo inviterò qui a vedere in quali condizioni dobbiamo vivere". Teresa ha il dente avvelenato. Soprattutto per la vicenda del 14esimo piano. "Non è ammissibile che nessuno si assuma la responsabilità: la polizia mi ha detto che non poteva intervenire, i servizi sociali la stessa cosa. Così non va bene". La custode non si calma neppure quando arriva la figlia, che prende il bebè dalle braccia della nonna. "Ci sentiamo abbandonati, ma non siamo emarginati: qui ci sono persone per bene, che hanno diritto di essere ascoltate e aiutate come tutti gli altri cittadini".
Pure nelle parole di Natasha Mazzeo si avverte il senso di isolamento vissuto dal quartiere, tagliato a Nord da via Ceresio, a Sud dal fiume Cassarate. "Vivo da un anno al primo piano con mio figlio di 10 mesi e mio marito, siamo una comunità unita, ci conosciamo quasi tutti - racconta - eppure l’impressione è quella di non essere considerati: dall’amministrazione innanzitutto, che sembra completamente assente". Il motivo? "Ho aspettato un anno prima che mi cambiasse la cucina, nonostante decine di telefonate e lettere raccomandate. Inoltre, si aspettano che l’affitto sia pagato entro il primo del mese, ma mio marito riceve lo stipendio il 5 e puntualmente, anche se ho avvisato, riceviamo richiami e avvisi di disdette". Natasha spinge il passeggino fino al portone. "Almeno questo lo hanno riparato, fino a poco fa non si chiudeva e chiunque poteva entrare e uscire a tutte le ore". Ma conosceva la famiglia che viveva sommersa dalla spazzatura? "Certo che sì. Ogni tanto portavano fuori qualche cagnolino e i figli non emanavano proprio un buon odore".
Ecco uno degli ascensori. Per terra l’azienda che sta ripulendo l’appartamento che ha riempito le pagine di cronaca di questi giorni ha steso dei teli protettivi. Ma inutilmente. La puzza dei sacchi prende le narici. Le pareti sono così piene di graffi che sembrano incisioni rupestri. Nei pianerottoli c’è chi ha ammassato mobili e biciclette in un angolo. Chi ha abbellito l’uscio con quadri e piante. Qua e là c’è una crepa sui muri. Attorno a un quadro elettrico qualcuno ha arrotolato una striscia di nastro adesivo.
"Io sui lift non ci salgo, ho paura". Mira Lukovic abita alle "Vele" da 18 anni. E ne ha di cose da raccontare. "Tempo fa accanto a me viveva una ragazza tossicodipendente - confida - io l’aiutavo, i servizi sociali invece…". Le chiediamo di scendere nei dettagli. "Una mattina la sento gridare aiuto, chiamo, ma rispondono che non possono arrivare subito. Spiego che la situazione è davvero grave e per fortuna, dopo una serie di telefonate, riescono a mandare qualcuno: poco dopo la portano via con la maschera d’ossigeno. Per fortuna si è riusciti a evitare il peggio, ma ho dovuto alzare la voce, impormi, altrimenti non sarebbe venuto nessuno". Mira scuote la testa. Ogni tanto prende una pausa. Guarda il palazzo. "L’acqua è un problema. Dagli scarichi della vasca da bagno e dalla tazza del water ogni tanto escono i liquami della fogna. Ogni volta che torno a casa non so cosa aspettarmi: siamo sempre sulle spine". Dalla strada il caseggiato è imponente. Qualcuno si sporge dalle finestre . Qualcun altro ha appeso i panni ad asciugare. Una palma è incastrata in mezzo a delle tapparelle rotte.
"Abito in questo edificio dal 1971 - spiega  Giuseppe Scotto -. Dieci anni fa un tizio è caduto dall’11esimo piano e si è schiantato proprio in questo punto". Poi aggiunge: "Da quando sono qui sono cambiate almeno una quindicina di amministrazioni il via vai di persone è aumentato, ma alcune cose sono rimaste sempre le stesse". Quali? "Le formiche e gli scarafaggi non sono mai andati via".
Una pattuglia in borghese si ferma davanti alla lavanderia. Dentro c’è la moglie di Giuseppe."Passano spesso ogni tanto fanno un controllo e fermano qualcuno". La voce è di chi non è più sorpreso di niente. "Una volta era diverso, c’eravamo solo noi meridionali, mentre adesso c’è una mescolanza di etnie, non si capisce più niente". Giuseppe indica un gruppo di biciclette rotte piantate in un angolo. "Non hanno rispetto delle cose, perché non se le sono guadagnate". Ma chi mai si riferirà?! "L’errore è stato affittare ai richiedenti l’asilo". Ecco la sua spiegazione.
Anche Mario Profico è dello stesso parere. Vicino a lui un inquilino sta chiudendo il baule di un’auto senza targhe. Una delle tante posteggiate attorno all’edificio. "Abito qui da 30 anni e prima era diverso: non c’erano tutti questi extracomunitari, che sono mantenuti, sembrano comandare e fanno cavolate: certo, ogni tanto arriva una pattuglia, ma la situazione non cambia molto". Pure Mario ha litigato con l’amministrazione. "Ma con quella precedente, che non faceva niente, quando trovavo sempre il mio posteggio occupato". Di più non dice. Anche perché si fa i fatti suoi, precisa. "Esco la mattina quando è buio e torno la sera, quando il sole è già tramontato". Una cosa però ci tiene a chiarirla. "Non si può accusare la portinaia per quello che è successo al 14esimo piano. Non è compito del custode controllare tutti gli appartementi. È l’amministrazione che dovrebbe farlo". Un poliziotto in scooter si ferma. Mario lo guarda andare via. Poi, abbassa la testa. Chissà se in senso di resa o è solo stanchezza. Per un’altra giornata vissuta nelle "Vele". Un quartiere che resiste. Nonostante le crepe.

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30.09.2018


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