Il racconto di Sansonetti, al centro dello scandalo Argo1
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"Mi sento vittima
di un complotto"
LILLO ALAIMO E LIBERO D'AGOSTINO


Tutto inizia alle 11.30 del 10 febbraio 2017. È questo il momento in cui si apre la diga dello scandalo Argo1. Tutto inizia alle 11.30 del 10 febbraio 2017. Un’ora di una banale giornata d’inverno di un anno e otto mesi fa. La data determinante, secondo Marco Sansonetti, per capire cosa veramente ha causato il terremoto politico, perché di terremoto si è trattato, nato attorno alla gestione della sicurezza dei Centri migranti. Marco Sansonetti era il responsabile operativo dell’agenzia di sicurezza Argo1 finito in carcere con una sequela di accuse più lunga di una Quaresima. E che ora sulle pagine del Caffè ripercorre quelli che sono, secondo gli atti dell’inchiesta che sembra conoscere a memoria, i nodi principali. Non tanto quelli che hanno provocato il sisma nell’amministrazione cantonale, tra i partiti e in parlamento, ma quelli che oggi, ancora oggi, pesano come un macigno sulle sue spalle. E che, dice e ridice al Caffè, messi uno in fila all’altro "fanno capire che io sono stato vittima di un complotto".
Su di lui incombono quattordici spade di Damocle. Affilate. Quattordici accuse, tra reati principali e ipotesi alternative. "E mi sembra paradossale, inconcepibile, che dopo un anno e otto mesi alcuni fatti, alcuni episodi che avrebbero potuto essere chiariti nell’arco di poco tempo, siano ancora lì a mantenere aperte accuse gravi e infamanti nei miei confronti". C’è il sequestro di persona aggravato; c’è l’abuso di autorità (il riferimento è a un giovane eritreo ammanettato dalla polizia cantonale in uno dei Centri gestiti da Argo1); c’è l’usura; c’è la truffa, la falsità in documenti e l’infrazione alla legge sull’Avs e la previdenza professionale ("non so perché queste accuse vengano fatte a me, non ero io ad occuparmi dell’amministrazione"; amministratore era infatti Davide Grillo). C’è la corruzione attiva. "Ma anche quest’ultima accusa - dice Sansonetti snocciolando la sua verità e facendo capo a verbali di interrogatorio, confronti, rapporti - sono reati in relazione a vicende già chiarite e senza fondamento. Ampiamente, anche sulla stampa. Non ci fu alcuna corruzione per l’ottenimento da parte dell’Ammistrazione cantonale dell’incarico per la gestione della sicurezza nei Centri profughi".
Nel calendario che Sansonetti ha ricostruito ripercorrendo vicende, fatti, episodi di questa apparentemente contorta vicenda, il 10 febbraio 2017 è la data che permette di comprendere cosa veramente è accaduto e perché lui si senta vittima di un complotto. Come stretto nella bocca di una tenaglia. Un braccio è nelle mani di alcuni ormai ex impiegati della Argo1, l’altro nelle mani di… Qui si va ad un livello superiore. Amministrativo e politico, "perché non so capacitarmi di come sia stato possibile, eppure è accaduto, che, così, nell’arco di una giornata, sia stata cancellata una società, la Argo1 appunto, che per circa tre anni aveva gestito la sicurezza dei Centri migranti. Con piena soddisfazione dei vertici del Dipartimento della sanità e della socialità e della polizia cantonale".
Dieci febbraio 2017. Ore 11.30. Mario Morini, ex agente di sicurezza alla Argo1 (ma a quel tempo ancora dipendente, perché sino ad allora nulla apparentemente era accaduto), 54 anni, inizia la sua deposizione al Ministero pubblico. A interrogarlo è la procuratrice Margherita Lanzillo. Quell’omone, i cui tatuaggi sulle braccia se possibile incutono ancora più soggezione, apre la diga dello scandalo. "Ed è tutto un susseguirsi di… mi han detto, mi han riferito, io non c’ero ma ho saputo, sarebbe successo, alcuni dicono che... - sostiene Sansonetti al Caffè citando stralci di quell’interrogatorio -. Morini riferisce per lo più cose che gli sono state raccontate, non è stato testimone diretto di fatti gravi come quello del giovane eritreo ammanettato dalla polizia". È questa la tesi difensiva di Marco Sansonetti per quelle accuse, appunto, che ancora oggi pesano come un macigno sulle sue spalle.
Per i reati amministrativi l’ex responsabile operativo di Argo1 sostiene che si tratta di fatti, come detto, che competevano all’amministrazione della società.  Ma che ci siano stati "pagamenti cash" (li definisce così Sansonetti) per circa 400mila franchi, come sino ad ora la Magistratura ha ricostruito (cifra contestata dall’amministratore Grillo) ormai pare assodato. Sulle singole responsabilità penali sarà compito degli inquirenti definire pesi e contrappesi. A Sansonetti preme dire che da settimane, forse da mesi prima di quel 10 febbraio 2017, "d’accordo con il sindacato Unia, Morini e un altro dipendente hanno illecitamente raccolto della documentazione da un computer della ditta. E per di più alcuni conteggi fatti dal sindacato, quelli che poi hanno determinato l’accusa di usura, non sono corretti. Lo stesso sindacato li ha successivamente rettificati. Quindi non c’è affatto usura".
Ma queste, ripete Sansonetti, sono vicende che non competevano al ruolo che rivestivo in Argo1. "E non ero io a interessarmi di Avs e secondo pilastro", questo dice Sansonetti anche ribattendo a quegli ex dipendenti che hanno ricordato a verbale, spiegando le vicende del "nero", come parte degli stipendi fossero pagati cash a fronte di una semplice ricevuta. Lui vuol parlare d’altro. Vuol parlare del fatto che quell’interrogatorio, l’interrogatorio del 10 febbraio 2017, era stato preparato da Morini nelle settimane precedenti, anche con colpi sotto la cintura, dice ora Sansonetti. "Hanno inventato la vicenda delle catene trovate a Camorino e a Rivera. È vero, le catene c’erano, una a Rivera e una a Camorino. Ma è lo stesso Morini, parlando con la procuratrice Lanzillo, che dice che mai quelle catene sono state usate da lui o dai suoi colleghi contro i richiedenti l’asilo. Nonostante ciò, queste catene contribuiscono alle accuse che pesano su di me. Nessuno ha mai usato quelle catene contro le persone, lo dicono gli stessi agenti di Argo1, nonostante ciò a seguito di quell’interrogatorio del 10 febbraio agli inquirenti è stata consegnata una fotografia. Una fotografia ben costruita, ora agli atti. Un computer acceso con in bella mostra il logo Argo1 e davanti alla tastiera una catena".
Indizi e prove costruite, si difende oggi Sansonetti. Lo stesso "grande accusatore", Mario Morini, a verbale dice che quelle catene non sono mai state usate. "Ecco, è scritto qui in questa parte del verbale… afferma di aver sentito dire, che qualcuno gli ha raccontato…, ma nessuno proprio nessuno ha verbalizzato in Procura di aver mai usato o visto usare quelle catene".
L’interrogatorio di Mario Morini è una sorta di anno zero nella testa di Sansonetti. C’è il prima, e c’è il dopo. C’è un "Ante Morini", in cui si costruiscono indizi e prove, così dice lui stesso, e c’è un "Dopo Morini", in cui si cancella dalla faccia della terra, è sempre lui a parlare, la società Argo1. "A seguito di quell’interrogatorio, dodici giorni dopo, perquisizioni, fermi e arresti. Ma per la verità l’unico ad essere finito in carcere a seguito delle dichiarazioni di Morini sono stato soltanto io. L’amministratore della Argo1, su cui pesano i miei stessi reati, è stato interrogato e rilasciato. Così gli agenti della polizia cantonale in relazione all’ammanettamento di quel giovane eritreo. Sono tuttora sotto inchiesta, ma non mi risulta siano stati sospesi dal servizio. Io sono finito in carcere" (di questo episodio ne parliamo diffusamente qui accanto).
L’episodio del giovane eritreo ammanettato è accaduto poche settimane prima dell’interrogatorio di Morini, il 21 gennaio 2017. Ed è Morini a parlarne per la prima volta. E anche in quell’occasione (come si spiega a destra) "furono maldestramente costruiti degli indizi, delle prove contro di me. Ma lo stesso Morini non essendo presente quella sera di gennaio al Centro di Camorino, è costretto a riferire cose per sentito dire. Lui non c’era. Quella sera, però, un agente, il mio braccio destro, chiamato dai colleghi di turno aspettò che io arrivassi per poi scattarmi una fotografia di spalle. Una fotografia che non dimostra nulla, ma proprio nulla, messa però agli atti. E di cui è Morini a parlarne il 10 febbraio 2017".
Morini è il superteste. L’uomo che costituisce l’Anno Zero della vicenda. Passano dodici giorni e il 22 febbraio, sulla base soprattutto delle sue dichiarazioni, la polizia blocca i Centri migranti gestiti da Argo1: Camorino e Peccia (Rivera era stato chiuso un mese prima dall’amministrazione cantonale). Si portano in procura Davide Grillo, l’amministratore dell’agenzia di sicurezza; Marco Sansonetti, il responsabile operativo, e altri agenti per essere interrogati. Dopo ore e ore di verbalizzazioni tutti tornano a casa, anche i due poliziotti che avevano ammanettato il ragazzo eritreo. "L’unico a restare in carcere, e per 24 giorni, sono stato io. L’unico. E per di più il 28 febbraio dal dipartimento delle Istituzioni, dalla polizia amministrativa, è arrivata a casa mia, a casa mia e non in carcere o al mio avvocato, una raccomandata che motivava la revoca dell’autorizzazione cantonale ad Argo1. Contro quella decisione si sarebbe potuto fare ricorso. Ma io vidi quella raccomandata solo quando uscii dal carcere. Troppo tardi!".
Nel "Dopo Morini", c’è dunque la cancellazione di Argo1. E in men che non si dica quel giorno, il 22 febbraio, il giorno del blitz, dal pomeriggio a sostituire gli agenti di Argo1 fu Securitas. Proprio in mattinata, coincidenza fra le coincidenze, il Governo aveva ufficializzato l’assegnazione della sicurezza, tramite concorso, a Securitas per il Centro di prima accoglienza di Rancate. Rancate non è gestito dal Dipartimento della socialità, come gli altri centri, ma da quello delle Istituzioni. E quello delle Istituzioni nei mesi precedenti, con mandato diretto e "risoluzione governativa", aveva attribuito l’incarico a Securitas in attesa del concorso. Concorso, appunto, vinto il 22 febbraio da Securitas, i cui agenti provvedono già dal pomeriggio di quel giorno alla gestione dei posti lasciati vuoti dagli agenti Argo1.
Il venerdì nero di Sansonetti e della politica locale (della politica, per quei sospetti ancora non dissolti di corruzione) sul calendario ha la data del 10 febbraio 2017. (1 - continua)

alaimo@caffe.ch
ldagostino@caffe.ch
28.10.2018


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