Malgrado le leggi chi subisce abusi sessuali resta solo
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Non si fa abbastanza
contro le molestie
PATRIZIA GUENZI


C’è la Legge sul lavoro, la Legge sull’ordinamento degli impiegati dello Stato e dei docenti, la Legge federale sulla parità dei sessi, il Codice civile, penale e delle obbligazioni... Le basi giuridiche per contrastare il fenomeno degli abusi sessuali sul posto di lavoro, almeno sulla carta, sono solide. La vittima deve reagire e chiedere aiuto, il datore di lavoro ha l’obbligo di ascoltare, non banalizzare e denunciare. E lo Stato deve dare dare il buon esempio.
Cresce il dibattito dopo il processo all’ex responsabile dell’Ufficio giovani del Dipartimento sanità e socialità (Dss) condannato questa settimana per abusi su alcune ragazze. Le giovani all’epoca si erano rivolte al loro superiore, ma non è servito a niente. "Lo Stato in questo caso ha dimostrato di non tutelare sufficientemente le vittime di abusi sessuali sul lavoro", osserva Gina La Mantia, parlamentare del Ps. E l’avvocato Nora Jardini Croci Torti, consulente del Consultorio giuridico Donna e Lavoro aggiunge: "Purtroppo spetta alle vittime trovare la forza di rivolgersi alla giustizia, altrimenti rischiano di rimanere inascoltate".
La legge svizzera obbliga i datori di lavoro ad adottare misure per prevenire le molestie sessuali. "Sì, ma non specifica quali", nota l’avvocato Nicole Brauchli-Jageneau. E al Caffè spiega: "La maggior parte delle grandi aziende hanno una politica di tolleranza zero. C’è una persona di contatto, ma non è detto sia in grado di reagire con sufficiente empatia e oggettività". E la Mantia, che lo scorso marzo ha inoltrato l’interrogazione "Molestie sessuali sul posto di lavoro: il Ticino può fare di più?", aggiunge: "In generale c’è molta ignoranza o non osservanza delle leggi. Quando si viene a conoscenza di fatti di questo tipo bisogna avviare delle procedure amministrative. Sempre e comunque".
Immediata l’interpellanza dell’mps Matteo Pronzini, che sottolinea il "ruolo complice e omertoso dell’Amministrazione". Concetto ribadito dai Verdi:  "un sistema di cameratismo in grado di insabbiare anche i comportamenti più inadeguati in seno ai vari dipartimenti", e aggiungono che casi di abusi e molestie sono emersi "anche in altri dipartimenti e nella polizia". Anche il Ppd in un’interpellanza la definisce "una situazione vergognosa". Intanto il direttore del Dss, Paolo Beltraminelli, assicura che oggi "fatti simili non avrebbero alcuna speranza di copertura, tolleranza zero". Chissà... "Dovremmo rendere più semplici le denunce delle vittime - insiste Jardini Croci Torti -. Perché se non trovano l’interlocutore giusto...". Non l’hanno trovato le tre vittime, il loro superiore "si è limitato a stendere un rapporto e mettere l’imputato in panchina per un po’, senza dar seguito a procedure amministrative", ha spiegato il giudice Villa.
Le vittime dunque possono fare la differenza. "Ad esempio con un’istanza all’Ufficio di conciliazione in materia di parità dei sessi", riprende Jardini Croci Torti. Sebbene da uno studio emerga che tra il 2004 e il 2015   i tribunali cantonali della Svizzera si siano espressi soltanto 35 volte su casi di molestie sessuali. E solo nel 18% dei casi con un verdetto favorevole alla vittima.
Dal 2003 nell’Amministrazione c’è il Gruppo stop molestie e la Sezione delle risorse umane. "Da qualche anno i dirigenti sono sensibilizzati sulla tematica della gestione dei conflitti e delle molestie con una formazione obbligatoria", spiega il capo sezione Raniero Devaux. "Certo, in teoria non manca nulla - riprende La Mantia - ma il nostro è un sistema che non invoglia a raccontare, non sostiene le vittime che si affidano ad un superiore. E spesso rimangono inascoltate. È un problema culturale e il rischio è l’omertà. Non è questione di sesso, non penso che se le vittime si fossero rivolte ad una donna le cose sarebbero per forza andate in modo diverso. No, si tratta di una mancata presa di coscienza e di una banalizzazione di queste problematiche".
Nonostante gli sforzi dell’Ufficio federale della parità e della Segreteria di Stato dell’economia le molestie sessuali sul lavoro in Svizzera continuano a condizionare i rapporti per molte persone. "Abbiamo una situazione in cui le leggi non sono sufficientemente efficaci. I datori di lavoro non fanno abbastanza", si legge sul sito del sindacato Unia, il più grande della Svizzera, che da tempo chiede misure più severe contro le molestie sessuali, sottolineando che la legge prescrive alle imprese di proteggere i propri dipendenti. Secondo uno studio nazionale, che comprende i dati ticinesi, circa la metà i lavoratori è confrontata nel corso della vita professionale con situazioni legate al rischio di molestie sessuali. Quasi il 30% delle donne, contro il 10% degli uomini (sì, a volte capita pure a loro). La percentuale varia molto da regione a regione: circa il 18% delle donne in Ticino e nei cantoni francofoni ha risposto di sì, a fronte di un 30% di donne nella Svizzera tedesca. Numeri importanti.
D’altro canto, qualcosa vorrà pur dire se la Delegazione amministrativa dell’Assemblea federale nel 2018 ha aperto uno "sportello anti-molestie", anche in seguito allo scandalo che ha travolto il parlamentare Yannick Buttet, accusato di molestie e di stalking (vedi pagina accanto, articolo sotto). "A questo punto dovrebbe partire una campagna informativa a livello cantonale - osserva La Mantia -. Ma sono sicura che nessuno prenderà l’iniziativa, basta leggere la risposta alla mia interrogazione: in sostanza il governo non è minimamente entrato nel merito della questione". E Pronzini: "In Ticino siamo in grave ritardo, su queste tematiche non s’è fatto assolutamente nulla".

pguenzi@caffe.ch
03.02.2019


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