Servono cinque generazioni per superare il ceto d'origine
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L'ascensore sociale
si è ormai inceppato
LIBERO D'AGOSTINO


Cinque generazioni. Per un bambino nato in una famiglia svizzera a basso reddito e scarsa istruzione ci vogliono in media ben 125 anni, prima che un suo discendente possa raggiungere una posizione economica più elevata. È la stima dell’Ocse, Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, che nella sua ultima classifica sulla mobilità sociale, accomuna la Confederazione al Regno Unito, Usa, Italia e Austria.
Sottovalutazione del merito, come molla della promozione individuale, croniche disparità economiche e formazione insufficiente, spiegano sociologi ed economisti, hanno fortemente rallentato, se non bloccato del tutto, l’ascensore sociale anche in Svizzera. Le possibilità di un giovane di accedere ad una classe superiore, rispetto a quella dei propri genitori, non sono aumentate. Oggi ci riescono solo  quattro persone su dieci. "Il che significa che il 40% resta nella stessa posizione, mentre il 20% scende ancora più in basso", sottolinea uno studio di Julie Falcon, sociologa dell’Università di Losanna (vedi articolo in basso)."Il dato veramente nuovo è che l’ascensore sociale precipita in basso anche per i ricchi. Sono dinamiche socio-economiche internazionali che sfuggono al controllo dei singoli Stati - afferma il sociologo Sandro Cattacin -. Non ci sono più certezze e lo status dei genitori non può garantire nulla. L’ascesa sociale ora è legata soprattutto alla mobilità territoriale".
Insomma, la fondata speranza che i propri figli possano salire rapidamente i gradini della scala sociale, che si era affermata nel secondo dopoguerra, ora è un’illusione. Non solo ci vuole molto più tempo per guadagnare qualche posizione, ma si può ricadere in basso molto più velocemente. Soprattutto in Ticino. "Qui il mercato del lavoro è, infatti, più fragile e precario", osserva l’economista Sergio Rossi.
Secondo Rossi, è difficile stimare se ci vogliono davvero 125 anni per un significativo salto sociale. Certo è che per almeno un paio di generazioni la situazione dei giovani sarà peggiore di quella dei loro genitori, e non solo a causa di un problema di formazione. "Guardando proprio al Ticino - spiega - si nota che negli ultimi anni sono aumentati i giovani che vanno al liceo e all’università. Ma, poi, si trovano davanti alle strettoie di un mercato del lavoro che non offre loro posti a sufficienza o solo impieghi mal retribuiti, per cui se  studiano fuori cantone, una volta laureati restano là anche a lavorare".
Che ci sia, però, qualcosa che non funziona nella formazione è evidente, avverte un altro economista, Angelo Geninazzi: "Se analizziamo la situazione ticinese, significa che il modello della scuola integrativa, e non selettiva, è fallito. I ragazzi restano inchiodati ai blocchi di partenza delle gerarchie sociali. Ma credo ci sia un problema che va oltre la formazione. Manca la capacità di promuovere lo spirito imprenditoriale e la voglia di fare nei ragazzi. Se si valorizza questo spirito aumentano le opportunità di avanzamento sociale. Abbiamo numerosi esempi, in tutti i campi, di ragazzi di origine modesta che hanno avuto un grande successo professionale".
Investire sulla formazione è fondamentale ribadisce Cattacin: "Ma bisogna finirla con l’esaltazione dell’apprendistato, col dire ai giovani imparate un mestiere che al resto ci pensiamo noi. Con un mercato del lavoro ormai internazionalizzato e concorrenziale non basta più  imparare semplicemente un mestiere. Tutto ciò appiattisce verso il basso. L’apprendistato è importante, ma senza una maturità professionale non offre alcuna chance di crescita personale". Dunque, il consiglio del sociologo è di offrire ai giovani la possibilità di continuare gli studi, d’ investire sulla loro formazione.
Per Rossi l’ascensore sociale è bloccato sul lato dell’offerta di un lavoro capace di elevare economicamente e socialmente. "Gli imprenditori devono avere un approccio più inclusivo - afferma -, garantendo salari più elevati e una maggiore partecipazione dei dipendenti alla conduzione dell’azienda, condividendo con essi non solo le perdite ma anche gli utili. Nel loro stesso interesse, poiché solo dei collaboratori soddisfatti e motivati possono assicurare alle imprese quella competitività necessaria su mercati mondiali fortemente concorrenziali". Geninazzi insiste, invece, su un altro elemento: una cultura che, a scuola come nelle famiglie, incentivi l’autopromozione individuale e il senso di responsabilità, qualità che oggi in Ticino sono poco considerati.
"Non basta che io ai miei figli paghi gli studi sino alla laurea - dice -. Perché da sola la laurea non è sufficiente. Devo saper trasmettere loro la curiosità, la voglia di capire e aprirsi al mondo, il coraggio di fare, senza aspettarsi che sia lo Stato a dover fare qualcosa per loro. Sono queste doti che garantiscono una mobilità sociale verso l’alto".

ldagostino@caffe.ch
10.03.2019


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