Una battaglia milionaria sullo sfondo del voto di maggio
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Mezzogiorno di fuoco
al mercato delle armi
MAURO SPIGNESI


Stavano litigando in un parcheggio, quando una pattuglia della polizia li ha notati e si è avvicinata. Erano in due. Durante la perquisizione della loro auto è spuntato un mitra, marca Sig, modello 500, completo di caricatore. Era stato rubato in Svizzera anni fa, è stato ritrovato a Cantù, a pochi chilometri dal confine. È successo pochi giorni fa. Ma in questi anni sono tante le pistole e i fucili di provenienza elvetica trovati dagli agenti delle polizie europee. Segno, come aveva detto tempo fa al Caffè Mario Venditti, procuratore della Direzione nazionale antimafia di Milano, "che in Svizzera, è la mia impressione, è molto semplice ottenere un’arma".  Un concetto simile era stato espresso in seguito dal procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri, che ha portato avanti diverse inchieste sulla ‘ndrangheta e i suoi addentellati nella Confederazione. E questo perché il mercato nero di fucili, pistole e munizioni, è fiorente. E proprio contro questo mercato e nell’ambito della lotta al terrorismo, oltre che per prevenire sanguinosi blitz come quello sventato un anno fa alla scuola di Commercio di Bellinzona, l’Europa ha deciso di dare una stretta al commercio delle armi. In particolare le semiautomatiche. Stretta che anche la Confederazione ha accettato. Ma diverse associazioni e partiti come l’Udc hanno detto no. Si andrà a votare il 19 maggio.
E sarà una sorta di mezzogiorno di fuoco. In ballo c’è un mercato milionario. Per dare un’idea: solo nel 2017 in Svizzera sono state acquistate e denunciate 73mila armi, con un ritmo, in media, di circa 200 al giorno. In Ticino sono registrate 63.229 armi. In pratica c’è un’arma ogni sei abitanti. Due anni fa erano stati rilasciati dalle autorità di polizia 1.383 permessi. L’anno scorso sono stati 1.723, quasi cinque al giorno. A livello nazionale, invece, si contano circa due milioni e mezzo tra fucili e pistole. Migliaia sarebbero invece quelle non registrate. Decine sono scomparse, comprese quelle dell’esercito: 85 "pezzi" nel 2016 e 69 invece l’anno successivo. Da registrare, ancora, un forte aumento dei sequestri. L’anno scorso alle frontiere elvetiche l’Amministrazione federale delle dogane ha confiscato 8.251 armi vietate (nel 2017 erano 4263).
"I punti controversi della revisione della legge sono tanti. Ma il problema sta nel principio: oggi i politici europei, che noi non abbiamo eletto, ci impongono questa normativa. Domani potrebbero imporci regole ancora più restrittive", spiega Marc Heim, titolare di un’armeria a Comano e componente della direzione nazionale di Pro Tell, dove ha la delega per curare le relazioni internazionali dell’associazione "per un diritto liberale sulle armi". Secondo Heim, "fortunatamente, rispetto ad altri Paesi europei, noi abbiamo potuto promuovere un referendum. E lo abbiamo promosso su un concetto assurdo: perché qui si vuole la legge per regolamentare chi non rispetta la legge. Chi ha un’arma oggi in Svizzera la possiede perché ha seguito tutte le procedure. Berna dice che vuole arginare la minaccia del terrorismo o combattere la criminalità con regole più restrittive ma questa gente si rifornisce nel mercato nero non nelle armerie".
Se ProTell dice no alla proposta del Consiglio federale, chi studia da sempre il fenomeno ha un’altra posizione. "È da vent’anni ormai che si chiedono regole più rigide per le armi e se non ci fosse stata questa coincidenza con la revisione della norma europea legata all’area Schengen non si sarebbe fatto nulla", spiega Nicolas Giannakopulos, criminologo e in passato responsabile dell’Osservatorio sul crimine organizzato di Ginevra. "In questi anni si è giocato molto sulle paure della gente, e dunque la proposta del Consiglio federale è innanzitutto un segnale politico che va colto e che evidentemente disturba la lobby delle armi".
Certo, secondo il criminologo, si poteva fare di più. "Perché ancora non esiste un registro nazionale e ogni Cantone usa regole proprie. Eppure basterebbe poco per creare una banca dati". Anche se, ammette Giannakopulos, "servono altri strumenti per combattere il mercato nero delle armi e, soprattutto, delle munizioni. Ma già il fatto che per le semiatomatiche si usino più cautele è positivo".


mspignesi@caffe.ch
28.04.2019


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