Otto mamme si raccontano, tra figli, fatiche e desideri
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"La nostra vita?
Un percorso a ostacoli"
PATRIZIA GUENZI


F  reccia a destra e a sinistra per spostare i pezzi in caduta, freccia in alto per ruotarli e quella in basso per accelerarne la caduta. Barra spaziatrice per incastrare i blocchi e risparmiare tempo. Tasto S toglie il suono e H mette in pausa. Sono le istruzioni del Tetris, l’intramontabile gioco ideato nel 1985 da Alexey Pajitnov. Richiede un’abilità fatta di incastri. La stessa che ogni mamma deve avere. Lo evidenziano le otto donne che nel giorno della loro festa si raccontano al Caffè. Spiegano come riescono a conciliare i tanti ruoli che sono chiamate a  ricoprire. Alcune con più fatica di altre, ma alla fine tutte ce la fanno. Senza alcun rimpianto. Perché se c’è una cosa che accomuna le donne è che, sebbene mamme, o proprio per questo, sono molto flessibili, si adattano abilmente ad ogni imprevisto. E poi sono forti e caparbie.  
"Devi imparare ad essere in grado di parare ogni ‘colpo’, oltre ad essere onnipresente, e se non sei organizzata non ce la fai - spiega Duska Giorgetti, due figli di 11 e 14 anni -. La mia vita è proprio come il Tetris, sempre di corsa, ogni ‘pezzo’ deve incastrarsi alla perfezione". E quando qualche pezzo cade fuori, una mamma sa sempre come rimetterlo a posto. C’è riuscita Monica Induni, quando cinque anni fa è nato il suo primogenito. Gravidanza , parto sereno e la scoperta che il bebè aveva la sindrome di down e un problema al cuore. "Sia io che mio marito abbiamo reagito abbastanza bene - ricorda Monica che dalla sua esperienza ha creato Avventuno, un’associazione che raggruppa le famiglie con un figlio a cui hanno diagnosticato la Trisomia 21  -. È stato un paio di mesi ospedalizzato, ho avuto il tempo di documentarmi e capire che i problemi nella vita sono ben altri. Noi ce l’avremmo fatta. E anche mio figlio. È un bimbo sveglio che fa cose adatte alla sua età, pur con qualche difficoltà". Tre anni fa è arrivata anche una sorellina. "Il trucco è non farsi troppe domande sul futuro - riprende -, ci si angoscia inutilmente, sarà come sarà, sono molto positiva. Tutto fa parte della fragilità della vita".
Una fragilità che per una mamma significa anche fare i conti con le proprie ambizioni, professionali soprattutto. E senza un aiuto... Le strutture per l’infanzia ci sono, ma sono anche molto care. Troppo. "Tanto che fatti due conti tanto vale restare a casa", osserva Elisa Stefanetti, due figli di 6 e 2, che alla fine ha scelto di fare la mamma a tempo pieno. "Ora sono riuscita a conciliare lavoro e famiglia perché ho aperto un e-commerce di abbigliamento comodo per bimbi". Il lavoro è un modo, anche, per evadere dal tran tran quotidiano, casa-bimbi, bimbi-casa.  
Avere contatti con l’esterno è infatti un’esigenza per molte mamme. Che se non fanno capo ad asili nido e scuole dell’infanzia si aggrappano al "salvagente nonni" per riuscire ad incastrare tutto, famiglia, professione e qualche attimo per sè stesse. Martina Mattei ha aspettato a tornare in ufficio, al 50%, quando il bimbo, oggi 2 anni e mezzo, ne aveva uno. "È un perenne slalom tra gli impegni - conferma -. Lavoro a Bellinzona, due ore se ne vanno per il viaggio. Per due giorni mi appoggio al nido, per uno ai nonni. Sperando sempre che non ci siano imprevisti. Per fortuna c’è mio marito". Mariti che almeno nel caso delle nostre mamme sono molto presenti. "Sono una mamma che con il papà funziona ancora meglio - confessa Marta Ammirati, quattro figli dai 15 ai 21 -. Sino ai 33 anni ho fatto la casalinga. Poi sono entrata nello studio di famiglia, ma la precedenza sono sempre stati figli e marito. Per me fare la mamma è meravigliosamente intenso".
Intenso, certo. Pur perennemente su un’altalena di fatiche, rinunce, gioie, dolori e un po’ di frustrazione. Viviana Rossi, due figli di 5 e 3 anni e mezzo, ha sempre ammirato le mamme lavoratrici. Prima. "Le vedevo come delle wonder woman - racconta -. Invece siamo noi quelle mitiche, mamme full time! Sempre a disposizione. Ma è una fatica che vale la pena compiere, anche a costo di qualche sacrificio". Il lavoro, ad esempio. Per ora Viviana è impegnata nel volontariato.  
C’è invece chi per non rinunciare ad una professione amata decide di lavorare come indipendente. È il caso di Nina Ferrera, due figli, di 5 e 2 anni, e che sin da ragazza sognava una famiglia tutta sua. "Se la giornata diventa una corsa ad ostacoli non va bene, non mi godo i miei figli - dice -. Ora non voglio mettermi fretta, riprenderò a lavorare più in là come levatrice indipendente". Anche Stephany Turcotti, due figli di 3 e 1 anno, ha rinunciato ad una professione che le piaceva, assistente di cura. "Turni, notti, festivi... era diventato insostenibile. Mi sono messa in proprio, ho aperto un negozio di giocattoli online. Voglio dedicarmi il più possibile ai bambini, dar loro tutti gli strumenti per affrontare al meglio il futuro". Un futuro che un po’ spaventa tutte. Ma intanto, dicono, "viviamo il presente".

pguenzi@caffe.ch
12.05.2019


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