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Altri 5 capitoli sul dramma degli emarginati rinchiusi
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Ecco tutta la verità
sugli internamenti
PATRIZIA GUENZI


Cinque volumi. Cinque nuovi corposi volumi che si aggiungono a quello esistente. In tutto sei tomi - altri quattro seguiranno tra luglio e settembre - che raccontano tutta la verità sui sessantamila giovani e adulti internati in Svizzera sino al 1981 perché "colpevoli" di un comportamento e uno stile di vita considerati dalle autorità non conformi alle norme sociali dell’epoca. Una pagina ben poco edificante della recente storia elvetica, che è stata ulteriormente sviscerata e documentata dalla Commissione peritale indipendente internamenti amministrativi (Cpi) voluta nel 2014 dal Consiglio federale. Un lavoro che ha richiesto anni di ricerche e che verrà presentato domani, lunedì 20 maggio. Il Caffè pubblica in anteprima e in esclusiva per la Svizzera italiana i risultati dello studio, contemporaneamente ad altre tre testate nazionali. In autunno è infine previsto il rapporto finale di sintesi con le raccomandazioni al governo. "Questa ricerca, per cui abbiamo avuto la collaborazione di comuni, cantoni e istituti coinvolti che ci hanno aperto i loro archivi - spiega Marco Nardone, uno degli autori -, vuole essere una base di partenza per una discussione politica e sociale e per altri studi. Con l’università di Ginevra, ad esempio, siamo impegnati in uno studio sui collocamenti extra familiari di bambini svizzeri e stranieri dal 1940 al 1970".
Sino al 1981 sono state migliaia le persone separate dai loro genitori e fratelli e collocate d’autorità in aziende artigianali o agricole, dove erano considerate manodopera a basso costo, in istituti severamente gestiti o addirittura in penitenziari, talvolta senza decisione giudiziaria. In questi istituti, ha detto l’Ufficio federale di giustizia, "hanno patito violenze fisiche e psichiche, sfruttamenti, maltrattamenti e abusi sessuali". Dopo anni, e grazie all’iniziativa popolare "per la riparazione" promossa dalla fondazione Guido Fluri, lo Stato ha risarcito le vittime. Soldi che non potranno mai cancellare i reali patimenti sofferti dalle vittime. Colpevoli di cosa? "Una risposta la dà il terzo volume dello studio che illustra le condizioni politiche, sociali e scientifiche che hanno permesso tutto ciò - riprende Nardone -. Si evidenzia come gli internamenti rappresentassero in molti casi una forma coercitiva di assistenza, legittimata dal controllo dei costi. Inoltre, agli occhi delle autorità, la violazione delle norme del mondo del lavoro, della famiglia, della comunità e della Chiesa autorizzava una rieducazione morale attraverso il lavoro forzato".
Sono cinquecento gli incartamenti personali allestiti tra il 1919 e il 1979 (conservati negli archivi), analizzati nel quarto volume. "Per la prima volta uno studio scientifico si è basato sul punto di vista delle persone - sottolinea Nardone riferendosi al quarto volume della ricerca -. Attraverso  lettere, formulari, verbali d’interrogatorio...". Emergono pure le strategie con cui molti sono riusciti a sopravvivere a questa atroce esperienza. Viene pure affrontato il tema della sterilizzazione coatta, basandosi sulle biografie di donne che, in alcuni casi, erano costrette ad accettare questa misura coercitiva per evitare l’internamento. Per accelerare l’uscita o evitare un nuovo ricovero in molti fingevano. Ad esempio, calandosi nel ruolo sociale che ci si attendeva da loro. Le donne cercavano un lavoro "onesto" o si sposavano, gli uomini trovavano il modo per mantenere la famiglia.
Il quinto volume mette assieme quasi sessanta testimonianze (58) che cercano di rispondere a tutta una serie di interrogativi, da chi erano le persone internate a come hanno elaborato quell’esperienza. Un’ulteriore dimostrazione, semmai ce ne fosse bisogno, di quanto fosse inutile quel genere di misura per cui anche una volta fuori le chance di avere una vita "normale", professionale e privata, erano pressoché inesistenti. A volte con gravi ripercussioni sulla salute.
Gli istituti coinvolti, di cui si parla nel sesto volume della ricerca, erano gestiti sia da enti pubblici che privati. Lo Stato c’era soprattutto laddove il monopolio statale dell’uso della forza ricopriva un ruolo centrale (penitenziari, istituti di lavoro e strutture psichiatriche). Gli enti privati, e in particolare religiosi, erano invece più attivi negli istituti volti alla "terapia". Una terapia che ha rovinato l’esistenza di migliaia di persone.  Emblematiche le foto qui sotto.

pguenzi@caffe.ch
19.05.2019


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