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I morti dell'epidemia a quota 259, oltre 12mila i contagi
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La Cina in quarantena
dopo il coronavirus
MAURO SPIGNESI


Zhang Chunlei ha 45 anni, è un migrante che è tornato in Cina in questi giorni. In una Cina spettrale, con ospedali affollati, scuole e asili chiusi, nelle strade pochi passanti con le mascherine sul viso. Chunlei è preoccupato. Dopo il capodanno cinese "sta rientrando un numero enorme di persone e penso che Pechino sarà a rischio di ulteriori infezioni", ha raccontato alla Reuters. La paura del coronavirus non riguarda solo Wuhan, la metropoli di undici milioni di abitanti dove si sono registrati i primi casi di quella che è diventata prima una epidemia e poi una emergenza mondiale. Sino a ieri, sabato, in tutta la Cina aveva fatto 259 vittime, 11.860 invece i contagi diagnosticati e 118mila le persone sotto osservazione. Il picco è stato registrato venerdì scorso: secondo le autorità sanitarie della provincia di Hubei, focolaio della malattia, ci sono stati 46 decessi e 2.102 nuovi contagi.
E mentre l’epidemia avanza - sconfinando anche in Europa (in Spagna è stato registrato un primo caso) - la Cina si ritrova sempre più isolata. Le grandi compagnie aree, compresa la Swiss e la casa madre Lufthansa, stanno progressivamente cancellando i voli per Pechino e gli altri aeroporti. Molti Paesi come la Gran Bretagna, poi, stanno richiamando in patria i diplomatici, diverse aziende straniere rallentano le produzioni e anche loro richiamano i manager. Persino i calciatori stranieri, spesso vecchi campioni dei club occidentali arrivati in Cina allettati da salari davvero generosi se non esagerati, hanno preso l’aereo per rientrare a casa.  Senza parlare dei flussi turistici, che si sono praticamente bloccati da un giorno all’altro. Questo anche se l’Organizzazione mondiale della sanità, che in settimana ha dichiarato l’epidemia un’emergenza di interesse internazionale, abbia affermato che non sono necessarie restrizioni commerciali e di viaggi a livello mondiale. Eppure c’è chi, come la Russia, sta usando l’esercito per evacuare i cittadini dalla Cina. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha affermato che le evacuazioni sarebbero state dalle regioni maggiormente colpite dall’epidemia.
Insomma, la psicosi contagia tutti. Tanto che nelle grandi città occidentali i ristoranti cinesi restano desolatamente vuoti, così come i negozi delle Chinatown, i quartieri abitati da orientali. Gli emigrati cinesi che non si sono mossi dalle città dove risiedono per ora possono stare tranquilli. Diverso il discorso per chi è partito in questi giorni o per i turisti che si sono recati in Cina. Singapore e gli Stati Uniti hanno annunciato venerdì misure nei confronti dei cittadini stranieri che sono stati recentemente a Pechino e dintorni. Anche l’Australia ha seguito l’esempio. "In realtà stiamo operando con molta cautela in modo che gli australiani possano affrontare la loro vita quotidiana con fiducia", ha detto il premier, Scott Morrison. Il ministro della sanità tedesco, Jens Spahn, ha invece chiesto calma e messo in guardia contro l’isteria.
Pechino sta facendo di tutto per lanciare segnali di distensione e rassicurazioni. Le autorità hanno fatto notare che il coronavirus è meno mortale della sindrome respiratoria acuta grave (Sars), che tra il 2002 e il 2003 ha ucciso quasi 800 persone delle circa 8.000 infette. Nonostante ciò i ministeri della salute dei grandi Paesi non abbassano i livelli d’emergenza. E adesso la malattia rischia seriamente di provocare un rallentamento della crescita nella seconda economia mondiale.
I segnali preoccupanti, d’altronde ci sono. Apple, ad esempio, che in Cina produce buona parte dei suoi componenti per Iphone, ha annunciato che chiuderà i negozi, oltre che gli uffici aziendali e i centri di contatto, "una misura cautelare - è stato spiegato - e sulla base degli ultimi consigli dei principali esperti delle organizzazioni sanitarie". Apple genera circa un sesto delle sue vendite e un quarto del suo reddito operativo in Cina.
Di certo non aiutano le tante immagini rilanciate dalle tv e dai video web. Come quelli che arrivano da Pechino, dove sono stati istituiti sportelli all’ingresso dei complessi residenziali che ospitano centinaia di persone, dove i volontari che indossano bande e maschere e una fascia rossa al braccio annotano i dettagli dei residenti che tornano dalle loro città dopo le vacanze. Intanto, le autorità cinesi hanno rilevato casi di virus H5N1 dell’aviaria a Shaoyang, provincia centrale dell’Hunan, circa 4500 polli infettati. Insomma, piove sul bagnato.
m.sp.
02.02.2020


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