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Analisi delle conseguenze del Covid sull'infanzia
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"Nella pandemia i bambini
sono stati delle vittime"
PATRIZIA GUENZI


L’infanzia ai tempi del coronavirus è brutta. Triste, solitaria e pesante. Da mesi ai bambini sono stati chiesti sforzi enormi. Hanno dovuto imparare a lavarsi le mani come chirurghi, a indossare la mascherina, a stare distanti, a rinunciare agli abbracci dei nonni. Chiusi in casa per settimane hanno perso il significato di socialità. Proprio loro, la generazione Alpha, i nati all’inizio del 2010 fino alla metà del 2020, secondo molti esperti sarebbero le vittime silenziose della pandemia. Vittime trascurate, i cui torti subiti soltanto ora si cerca di analizzare, di evidenziare per non ripetere gli errori della prima ondata del virus, del primo lockdown, quando la pandemia ha travolto tutto e tutti. Ma è davvero così? Il Caffè l’ha chiesto a tre esperti che ha interpellato separatamente: Paolo Crepet, psichiatra; Fulvio Scaparro, psicologo, psicoterapeuta e accademico; Alessandro Diana, pediatra infettivologo.
Davvero si sono sottovalutate le potenziali sofferenze dei più piccoli?
CREPET: "Iniziamo col dire che i nostri figli sono quasi tutti degli analfabeti del dolore. La maggior parte di loro è abituata a vivere senza porsi troppi problemi, cresciuta lontana da dolore, dalle preoccupazioni e dalle situazioni negative. Mentre dolore, malattia e morte esistono".
Si spieghi meglio?
"Intendo dire che prima prendono coscienza che la vita non è sempre rosa e meglio è. Di questa pandemia, pur nella sua drammaticità che tutti noi avremmo ovviamente voluto evitare, in fondo qualcosa possiamo salvare. E cioè che le rinunce, i ‘no’, la fatica fanno parte dell’esistenza. E anche i ragazzi lo devono sapere. Altrimenti non facciamo il loro bene".
DIANA: "Ovviamente molto dipende da caso a caso, dall’ambiente, dal contesto familiare del bambino. È chiaro che essere costretti a vivere gomito a gomito con i fratelli e i genitori in quaranta-cinquanta metri quadri non è ovviamente la situazione ideale per nessuno".
SCAPARRO: "In un certo senso è il momento di dimostrare ai nostri figli come si reagisce alle avversità, come si affrontano le angosce provocate da un nemico invisibile, il virus appunto. Parliamo con loro, condividiamo più cose".
In generale, senza entrare in circostanze particolarmente al limite, il Covid potrebbe avere ripercussioni traumatiche?
DIANA: "Non penso proprio, ne ho incontrati molti in questi mesi di bambini e ne incontro ancora molti. Quando chiedo loro cosa è il Covid la maggior parte ha un atteggiamento molto pragmatico. Mi dicono ‘c’è un virus, fa così e così, viene la febbre...’. Chiedo se hanno paura e mi dicono di no".
Vien da dire che forse siamo noi adulti a proiettare su di loro molte nostre ansie e paure.
DIANA: "Proprio così. I bambini vivono il presente, noi no. Loro scoprono il mondo, noi l’abbiamo già scoperto, perciò abbiamo mille sovrastrutture mentali che ci impediscono di vedere le cose per quello che sono".
Una diversa percezione, più sana potremmo definirla?
DIANA: “Mettiamola così. Il Covid per i bambini è una nuova materia scolastica, alla stregua della matematica o della geografia. Basta spiegar loro le cose e soprattutto non raccontare bugie”.
Le bugie però a volte servono ad “addolcire” la realtà, a non metterli di fronte in modo troppo brusco al male, al dolore...
CREPET: “No, le bugie non vanno mai dette ai bambini. Anche se ciò che stiamo per raccontare è spiacevole. Non dobbiamo far finta che vada tutto bene, che niente sia successo. Ripeto, bisogna prendersi il tempo di spiegare loro come stanno le cose, utilizzando le parole adatte alla loro età. Se la nonna sta a casa sua perché è anziana e quindi a rischio, va detto”.
SCAPARRO: “Molto dipende anche dalla famiglia, se è credente tenderà a ‘leggere’ e a riferire la realtà in un altro modo”.
I bambini capiscono molto di più di quanto pensiamo?
DIANA: “Spesse volte sì. Siamo noi che proiettiamo su di loro i nostri timori, il nostro vissuto zeppo di preconcetti. Loro sono come un dischetto vergine. ‘Registrano’ tutto, il materiale glielo diamo noi e deve però essere di qualità”.
SCAPARRO: “La grande differenza rispetto agli adulti è che normalmente il bambino, fortunatamente aggiungo io, non concepisce la morte”.
In che senso?
“Per lui tutto è vivo e eterno. Le persone, gli animali, le cose. E questa è una spinta enorme, un grande vantaggio”.
A che età un bambino inizia ad avere la consapevolezza della morte?
DIANA: “Dai sei anni via la morte non è più un concetto astratto. Quindi si può spiegare loro il potenziale pericolo della malattia. E lo vedo che comprendono”.
Faccia un esempio?
“Mi dicono ad esempio di essere preoccupati per i nonni, di soffrire la loro assenza. Però accettano la situazione e rispondono ‘vabbè, quando passerà li rivedrò’. Mentre noi incrociamo le dita e pensiamo ‘se non muoiono...’. È questa l’enorme differenza tra loro e noi adulti”.
SCAPARRO: “Come ho detto per i bambini, intendo quelli più piccoli, tutto è vivo e lo sarà per sempre. Quindi, senza raccontare loro troppe storie bisogna scegliere le parole giuste, quelle più adatte affinché anche la morte venga ‘confezionata’ con una storia che, scusate il gioco di parole, salvi la vita”.
DIANA: “Sono avvantaggiati da un approccio mentale più positivo del nostro. E questo in un certo senso li rende più forti, più resistenti alle difficoltà rispetto a noi adulti che siamo abilissimi a complicarci l’esistenza. Troppe volte pensiamo sempre e solo al peggio”.
Possiamo dire che loro sono molto più resilienti di noi, anche se non sanno cosa significa?
SCAPARRO: “Sì, ed è quello che dovremmo imparare noi: la volontà di rialzarsi dopo ogni caduta. Niente di magico o inutilmente consolatorio. Non abbiamo scelta migliore che impegnarci oggi per un domani migliore”.
Come capire quando invece c’è un problema, un malessere tale per cui occorre chiedere aiuto a uno specialista?
DIANA: “Un genitore attento se ne accorge, capisce quando è il caso di intervenire. Poi magari non è nulla di grave, ma è sempre meglio approfondire se il bambino inizia ad avere reazioni particolari o a esprimere strani disturbi o insofferenze”.
Veniamo ai ragazzi più grandicelli. Seppur più preparati e consapevoli, vanno “monitorati” altrettanto attentamente per evitare episodi di insofferenza e ribellione, giusto?
SCAPARRO: “Sia nel caso di bambini piccoli che più grandi ricordiamo che inevitabilmente sono delle spugne. Assorbono il clima che c’è in casa. Se i genitori sono nervosi, proccupati, se c’è tensione soffrono, stanno male, perché vedono tutto ciò come una minaccia per la loro sopravvivenza. Le famiglie devono attivare tutte le loro risorse affinché i figli possano continuare a vivere senza troppi scossoni”.
È stato detto che la pandemia agisce come un accelleratore sulla vulnerabilità. Cosa ne pensate?
CREPET: “Diciamo che ha fatto emergere debolezze, fragilità. La paura, il non sapere cosa accadrà davvero e quando finirà tutto questo... inutile raccontarsi frottole. Tutto ciò è molto destabilizzante. Ma ripeto, per i ragazzi le esperienze negative, che comunque vivono in un altro modo dal nostro, sono formative”.
In sostanza diventano più forti, meno attaccabili, esposti, indifesi di fronte alle incognite che la vita metterà loro davanti?
CREPET: “Diciamoci la verità. La vita di prima era poco credibile. Era una fiction. Se vogliamo definirle vittime lo sono soprattutto per come viene gestita la scuola, che in alcuni Paesi sta pregiudicando pesantemente l’apprendimento. La stragrande maggioranza degli insegnanti non è avezza a fare didattica a distanza. L’insegnamento tradizionale è una cosa, stare davanti a una telecamera, interagire con i ragazzi è tutta un’altra”.
In conclusione, possiamo comunque dire che questa pandemia non li segnerà per sempre?
CREPET: “Inutile nascondere che ci sono situazioni in cui il lockdown inciderà sulla salute psicofisica di un ragazzo. Ma in generale penso che tutto sommato si rivelerà un insegnamento. Stanno formando i giusti anticorpi per resistere meglio alle intemperie della vita”.
SCAPARRO: “Va bene renderli forti, prepararli alle difficoltà, non farli crescere troppo nella bambagia... va bene tutto, ma ricordiamo che vanno sempre protetti. Bisogna fare di tutto affinché crescano senza traumi eccessivi. Poi, se capitano, come ho già detto spetta all’adulto trovare il modo giusto per affrontarli”.
Come dire, non anticipiamo i tempi?
SCAPARRO: “Direi proprio di no. Il compito di noi adulti è quello di tutelarli sempre e comunque. Quindi non dobbiamo per forza spaventarli anzitempo”.
pguenzicaffe.ch
28.11.2020


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