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L'intimità forzata della primavera non porterà più bebè
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Il virus ha frenato
la voglia di far figli
PATRIZIA GUENZI


Anche il testosterone la scorsa primavera se n’è andato in lockdown. L’ormone del desiderio, spinta indispensabile per metter su famiglia, o allargarla, ha subìto una frenata rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. D’altro canto era prevedibile che un periodo di forte incertezza, economica e sanitaria, come quello che ha caratterizzato la prima ondata della pandemia, avrebbe inciso negativamente sulla voglia di far figli delle famiglie ticinesi. A dirlo con sicurezza il professor David Baud, capo del reparto di ostetricia del Centro ospedaliero universitario vodese, il Chuv. Con la sua équipe ha verificato la bontà della tesi secondo cui un confinamento darebbe una spinta alla procreazione. "In realtà - spiega il dottor Baud al Caffè - in questi mesi abbiamo registrato una diminuzione dei controlli di inizio gravidanza del dieci per cento".
Va detto che il calo in Ticino è indipendente dalla pandemia. Da gennaio a settembre di quest’anno sono nati 1.786 bambini, nello stesso periodo dello scorso anno erano 1.886 bambini, cento in più dunque, e a fine dicembre 2019 si sono contati 2.494 bebè. A meno di un improbabilissimo scatto in avanti a fine 2020, il numero di neonati sarà inferiore rispetto all’anno prima. Ma siamo in buona compagnia. Nel 2020, sono oltre novanta gli Stati nel mondo ad aver registrato tassi di fertilità al di sotto di 2,1. Dato, quest’ultimo, che corrisponde al numero medio di figli che le donne dovrebbero avere al fine di sostituire se stesse e i partner, considerando le persone che muoiono prima di diventare adulte.
Se la reazione ad eventi traumatici di portata mondiale in passato ha visto il ripetersi di periodi di maggiore fecondità, forse più come una spinta simbolica verso una ritrovata fiducia, il maledetto coronavirus non sembra essere accompagnato da quegli atout che tendono a favorire un aumento delle nascite. Forse perché dopo pochi mesi dalla prima ondata siamo caduti dentro la seconda.
Ecco perché al Chuv non è stata approntata alcuna misura per un eventuale aumento dei parti bensì, riprende Baud, "la nostra priorità è quella di occuparci delle donne incinte che arrivano infettate dal coronavirus (ndr. vedi a pagina 5) e di proteggere quelle che il Covid-19 non ce l’hanno. Tutti i nostri gesti e le nostre cure abituali prendono molto più tempo e sono più complicate rispetto a prima".
Ma perché il testosterone s’è preso una vacanza? "In generale i grandi eventi hanno sempre un grande impatto sulla società e influenzano il tasso di natalità", spiega Giuliano Bonoli, docente di politiche sociali presso l’Istituto superiore di studi in amministrazione pubblica dell’Università di Losanna. "Se il futuro appare fosco, se non si vede un orizzonte definito la gente ha paura", osserva la sociologa e accademica italiana Chiara Saraceno.
Il confinamento non ha agito positivamente sul desiderio delle famiglie. Ha diminuito se non bloccato completamente le occasioni di incontro. E lo stress, si sa, fa calare la libido. Infine, prima di pensare a un figlio è sempre meglio verificare il conto in banca.

I giovani
Forse sta proprio qui la differenza tra famiglie “navigate” e giovani alla prima esperienza genitoriale, visto i dati in controtendenza della clinica Sant’Anna di Sorengo. Secondo i ginecologi che registrano il maggior numero di parti nella struttura luganese, infatti, sarebbero proprio le giovani coppie ad aver pensato nei mesi scorsi a un figlio. Non tanto durante il confinamento, quanto subito dopo, nel corso dell’estate, magari anche perché il peggio sembrava ormai essere alle nostre spalle. Mentre quello che produrrà questa seconda ondata del virus lo vedremo soltanto a 2021 inoltrato.
Tuttavia molti dubbi su cosa ci aspetta non li ha la sociologa Chiara Saraceno, che spiega: “In tanti hanno capito che questo Covid avrebbe innescato una crisi lunga, soprattutto economica, e quindi hanno preferito rimandare il desiderio di un figlio. In primavera si era chiusi in casa, sì, ma con molte preoccupazioni, il che non favorisce di certo la voglia di fare l’amore”.

I demografi
D’altro canto molti demografi avevano preannunciato un calo delle nuove gravidanze quest’anno. “In tanti si sono anche ammalati di Covid, e quindi hanno ridotto la loro attività sessuale - osserva il dottor Baud -. Inoltre la procreazione medicalmente assistita, che equivale al 3% del totale delle nascite, per mesi è stata completamente stoppata. E poi lo stress, la paura di perdere il posto di lavoro... Ecco, tutto ciò ha fatto desistere numerose coppie che hanno preferito rimandare più in là il progetto di un figlio”.
Più in là. In fondo così è avvenuto anche in passato, quando altre pandemie hanno sferzato duramente la tenuta psicofisica della popolazione. Lo ha documentato sempre il professor Baud, prendendo i dati dell’Ebola in Africa, della Zika in Brasile, del Sras-Cov che ha messo in ginocchio dal 2002 al 2004 la Cina e pure della grippe della Spagnola che ha sconvolto il mondo dopo la prima Guerra mondiale. “Se si osserva il numero di nascite che hanno seguito questi accadimenti nelle regioni colpite e la percentuale di aumento o diminuzione delle gravidanze - spiega il medico -, ci si rende conto che c’è una diminuzione tra il 10-20% del numero di donne incinte nove mesi più tardi. Alcune di queste epidemie precedenti hanno provocato aborti spontanei, il che non sembra essere il caso del coronavirus”.
Insomma, nessun baby-boom come effetto quarantena. “In questo periodo - dice il portavoce dell’ospedale cantonale lucernese - il numero delle nascite è nella media”. E anche per il prossimo futuro non sono attese variazioni di rilievo. “Nessun indizio di un baby boom legato al coronavirus”, aggiunge.

La paura
Già, la paura del futuro paralizza il testosterone, e non solo. Blocca di fatto quello che viene definito il principale investimento nel capitale umano di un Paese, i bambini. Sbagliava di grosso chi pensava che con le famiglie a casa, le tante coppie chiuse dentro le pareti domestiche ci sarebbero stati degli effetti miracolosi in termini di ripresa delle nascite. Davanti a un virus il futuro si cancella, i progetti nel domani si bloccano perché l’angoscia del presente allunga la sua ombra sul mondo che verrà. D’altro canto così è stato anche dopo la caduta del Muro di Berlino, dove i nati nell’ex Germania dell’Est sono passati dai 200mila del 1989 a 90mila, un crollo del 56 per cento, con un indice di fecondità sceso da 1,58 per donna nel 1989 a 0,83 nel 1992.

L’organizzazione familiare
Malessere sociale e insicurezza economica incidono pesantemente sulla voglia di genitorialità. Inoltre, alle paure di natura materiale si aggiunge l’impatto che il virus ha avuto in termini di organizzazione familiare con un forte aumento del carico di cura e accudimento che è andato a gravare soprattutto sulle spalle delle donne. E sono proprio loro ad aver pagato il prezzo più alto del confinamento. Molte mamme si sono ritrovate figli di età varia,  spesso anche piccoli, a casa, senza nessun aiuto da parte della famiglia di origine e senza avere del tutto o quasi la possibilità di usufruire di servizi di accudimento.
“Come ho detto i grandi eventi influenzano il tasso di natalità - riprende Giuliano Bonoli, docente di politiche sociali presso l’Istituto superiore di studi in amministrazione pubblica (Idheap) dell’Università di Losanna -. Non mi sorprenderebbe un calo delle nascite dovuto all’effetto Covid. Anche se, prosegue Bonoli, “ultimamente si stava osservando una certa stabilità nel tasso natalità. Con una ripresa in alcuni Paesi, come Usa e Francia, dove la crescita, sì lenta, era legata per lo più alle politiche sociali messe in campo soprattutto per quanto riguarda la conciliabilità tra famiglia e lavoro. Non mi sorprenderei dunque se si registrasse un calo della natalità dovuto alla paura del futuro e alle conseguenze economiche di questa pandemia”.
Fare un figlio è quasi sempre frutto di una scelta consapevole, tanto che vien da dire che ci vuole forse un po’ di incoscienza, viste le condizioni del mondo attuale. Incoscienza che, appunto, viene meno in momenti di profondo pessimismo come quelli che abbiamo vissuto durante la primavera, quando la prima ondata della pandemia ci ha colpiti dritto in faccia. Inoltre, come detto, nella scelta di avere un figlio o di averne un altro, l’aspetto finanziario riveste grande importanza. È giusto chiedersi se ci si può permettere una famiglia e come la si potrà accudire negli anni successivi.

Le eccezioni
Esistono poi situazioni in controtendenza, seppur poco comprensibili. Come a Lucerna, dove il baby-boom è realtà da parecchi anni. Più precisamente dal 2011, quando per la prima volta le nascite a livello cantonale superarono quota quattromila. Da allora il trend non ha fatto che accentuarsi. Inspiegabili i motivi, se non forse per una certa attrazione che il territorio esercita sulle giovani famiglie, quelle che possono fare la differenza sul tasso di fertilità. Mentre a Ginevra e a Berna, dove l’anno scorso hanno visto la luce 1.610 bambini, e anche se la capitale non rende note le cifre parziali di quest’anno, all’Inselspital lo scorso 21 luglio è avvenuto un parto quadrigemellare! Un evento che da oltre quattro anni non si registrava in Svizzera.
Tuttavia, per riportare la curva delle nascite all’insù non si può sperare in tanti parti quadrigemellari. Serviranno, piuttosto, politiche sociali in grado di “riparare” i numerosi danni provocati dalla pandemia. “Pensiamo a quante famiglie una volta terminato il virus si troveranno in serie difficoltà economiche, magari senza più un lavoro o senza la possibilità concreta di riuscire a trovarne uno analogo - osserva la sociologa Chiara Saraceno -. Con conseguenze devastanti sull’indipendenza delle giovani generazioni, sui rischi di povertà delle famiglie con due o più figli”.
Perché una cosa è certa. L’isolamento non ha rafforzato la relazione, non ha fatto riscoprire l’intimità e l’attenzione reciproca. L’isolamento ha invece prodotto molta fragilità, sociale, psicologica e finanziaria. Un buco nero da cui sarà doloroso uscire. Non facciamoci illusioni. Questa maledetta crisi sanitaria lascerà uno strascico di problemi sociali ed economici a medio termine. “Sarà una crisi lunga - conclude Chiara Saraceno -. E fino a quando il nostro orizzonte, soprattutto quello congiunturale, non si schiarirà sarà difficile prevedere un 2021 con tanti passeggini”.
pguenzi@caffe.ch
05.12.2020


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